giovedì, giugno 08, 2006
[Bodyguard]
Non più di trenta secondi prima era ancora seduto al bancone con in mano un bicchiere di Jack.
Gli era sempre piaciuto farlo girare vorticosamente fra le pareti di cristallo ed osservare quel liquido ambrato sfiorare il bordo del bicchiere senza uscirne.
Non più di trenta secondi prima il barista gli stava parlando, o meglio, muoveva le labbra nella sua direzione mentre le parole si perdevano negli angoli bui dell'arredamento rosso pompeiano, saturo delle note di un sax alla Fausto Papetti.
Non più di trenta secondi prima era una serata come le altre.
Un paio di addii al celibato riempivano metà del locale mentre il resto della clientela era composta dai soliti habitué.
C'era il gobbo con l'accento pugliese seduto nel suo angolo con gli occhiali scuri, il commendatore stravaccato in prima fila che fissava il piccolo palco con la fronte imperlata di sudore e qualche arabo in viaggio d'affari che aveva lasciato l'Islam fuori dalla porta del locale.
E poi c'erano le ragazze che avevano terminato la loro esibizione e si aggiravano per i tavoli contrattando qualche spettacolino "personalizzato".
Tutto regolare, se così si può dire.
Poi Barbie lo aveva guardato.
Lo faceva sempre, era la loro convenzione: ogni trenta secondi uno sguardo.
Un filo invisibile teso attraverso il fumo e le teste dei clienti in piedi, attraverso le tende e le mani allungate per toccarla.
Uno sguardo di una frazione di secondo che nessuno poteva notare tranne loro.
Ma stavolta Barbie aveva "quello" sguardo.
Stavolta qualcosa non andava.
Così, mentre il bicchiere di Jack si rovesciava sul bancone, aveva attraversato la sala calpestando ogni cosa.
All'inizio solo piedi, poi sedie e tavoli per finire col pestare schiene e pance flaccide.
Non c'era voluto molto, solo un pugno alle costole fluttuanti ed uno schiaffo tirato bene su un orecchio.
Funziona sempre, si piegano in due come ricci e non esce una goccia di sangue.
Non più di trenta secondi prima aveva quasi dimenticato che certe merde non si accontentano di guardare.
Perché in fondo quelle non sono veramente donne, giusto?
Sono solo carne in esposizione.
E loro hanno pagato.
Camminava con passi lunghi e veloci verso l'uscita posteriore con un braccio intorno alla vita di Barbie.
A guardare bene la stava praticamente sollevando.
Poi la porta antincendio sul retro si era richiusa lasciando all'interno i fischi e le urla e fuori loro due, sul marciapiede bagnato.
Ora le luci della notte scorrevano veloci fuori dal finestrino.
"Tutto bene?"
"Si, è ok."
Si era tolta i sandali ed aveva posato i piedi nudi sul sedile in pelle della Mercedes.
Poteva vederla dallo specchietto retrovisore, raggomitolata con le braccia intorno alle ginocchia.
Banale a dirsi ma sembrava una bambina, anche se i giocattoli che aveva lasciato sul palco non erano esattamente bambole e pennarelli colorati.
Stava piangendo in silenzio, mentre l'asfaldo lucido di pioggia le si rifletteva negli occhi.
Piangeva di rabbia, di paura o di tristezza o forse di tutte e tre le cose, chi poteva dirlo?
Era fatta così, non era mai riuscito a capirla fino in fondo.
"Barbie, ascolta..."
"Perché è quello che so fare meglio, ecco perché."
Con voce stizzita, aveva anticipato la domanda di sempre con la risposta di sempre.
"E con un corpo come il mio nessuno si aspetta altro da me."
Non avevano più parlato quella sera.
Barbie si era addormentata sul sedile posteriore e lui aveva guidato tutta la notte, in silenzio, fino al mare.
E lì, finalmente, aveva potuto piangere.
giovedì, aprile 20, 2006
[Gino]
E' lì da quindici anni quella foto.
Fra un Fernet e una Sambuca c'è la faccia esultante di Giannini detto "er principe" con sopra la dedica "A Gino con simpatia" scritta col pennarello blu.
Due dita esitanti l'afferrano delicatamente per una angolo come una reliquia.
Sono dita rosa pallido, rovinate da decine di piccole fessure che si aprono intorno alle unghie.
Colpa dello stare sempre a mollo, sempre umide da mattina a sera.
Estate e inverno.
Gino fissa la foto per qualche secondo e ne soffia via la polvere prima di riporla nel taschino del gilet.
E' vecchio Gino, vecchio e stanco.
La sera la schiena gli fa un male cane e proprio non ce la fa più a stare dietro al bancone.
Colpa della postura sbagliata, di quella spina dorsale che sembra essersi ritirata e annodata come una gomena.
Il bar è vuoto e prima di andar via il "ragazzetto" ha abbassato la saracinesca per metà.
Stasera il bar lo ha voluto chiudere lui, come da quarant'anni a questa parte.
Soprattutto stasera.
Tiene gli occhi bassi Gino, mentre asciuga gli ultimi bicchieri e pulisce la macchina del caffé.
Chissà perché, nell'immaginario della gente questo è un mestiere di passaggio, roba da ragazzi in attesa di trovare altro.
E invece ci si può invecchiare.
Ristretto, corretto, macchiato caldo e freddo, al vetro, schiumato e in tazza grande.
"Prego dottore il suo caffé", mentre gli anni passano come mesi.
Si guarda intorno lentamente senza tradire emozioni.
E' tutto a posto per il giorno dopo, pulito come piace a lui.
Se si trascura il fatto che questo è il suo ultimo giorno e domani il bar aprirà senza di lui.
Afferra lo straccio umido per dare un'ultima passata al bancone, lì dove si fermano sempre i granelli di zucchero.
Poi si ferma di colpo, mentre una smorfia impercettibile gli scorre sul viso come un'onda che attraversa uno stagno.
Fissa per un istante la propria mano come se non gli appartenesse, come un arto fantasma.
Poi posa lo straccio, si toglie il grembiule.
E spegne le luci.
lunedì, marzo 13, 2006
[Piano sequenza]
Dissolvenza.
Primissimo piano sulla bambina.
Ha gli occhi bassi ed il mento posato sul petto.
E' intenta a srotolare l'etichetta di una coperta di pile e la concentrazione nel muovere con precisione le piccole dita le dona un'espressione corrucciata.
L'inquadratura si allarga fino a contenerla del tutto.
E' seduta su una trapunta blu con decori bianchi, indossa una tutina rosa ed ha le gambe nella posizione del loto.
Come richiamata da una voce nella sua mente, solleva il viso e rivolge uno sguardo verso un punto fuori dall'inquadratura.
Ha gli occhi azzurri come un cielo terso e dopo un battito di ciglia le sue labbra si tramutano in un sorriso.
Il piano si apre fino a contenere una donna sdraiata sul fianco, il gomito destro posato sul letto mentre si sorregge la testa con la mano.
Gli occhi della bambina sono puntati su di lei per il breve istante di un sorriso poi, con una lentezza dolce si riportano sulla coperta di pile sulle sue gambe.
Il piano sequenza continua con la cinepresa che compie una rotazione intorno alla donna e alla bambina portandosi in alto, sul soffitto.
Ora nell'inquadratura c'è anche un uomo sdraiato nella stessa posizione della donna ma in simmetria opposta.
Nella calda luce gialla proveniente dall'ampia finestra, l'uomo e la donna formano due semicerchi intorno alla bambina.
Come le metà di un frutto.
O di un cuore.
Ventricoli pulsanti al ritmo lento del battere di ciglia della bambina.
Sono lo Yin e lo Yang, sono la terra e l'acqua, la rabbia e il perdono.
La bambina continua a giocare con l'etichetta della coperta portandola alla bocca di tanto in tanto.
Il tempo non esiste in quella stanza.
E' solo un'invenzione degli uomini.
Dissolvenza.
[Musica: Forbidden Colours - Ryuichi Sakamoto]
lunedì, gennaio 16, 2006
[Il Drago]
Una goccia attraversa il vetro muovendosi a scatti, quasi esitante, raccogliendo via via decine di adepte disposte a seguirla nella sua corsa verso l'ignoto.
Giunta quasi al bordo del finestrino, ormai gonfia d'acqua, sembra fermarsi a riflettere un attimo prima di spiccare l'ultimo balzo.
E' una di quelle strane giornate di primavera in cui piove e contemporanemante splende il sole e tutto sembra brillare di gocce di luce come in una di quelle pubblicità del Gatorade fatte per stimolare la sete.
Gli ammortizzatori del Ducato verde militare su cui viaggiamo hanno dichiarato forfait qualche centinaio di Km fa e ad ogni buca do una testata contro il finestrino al quale ho appoggiato la tempia.
Meglio tirarsi su e darsi un'aggiustata.
Raddrizzo il basco ed infilo meglio i pantaloni della divisa negli anfibi.
Questa è praticamente l'unica occasione che ho per togliere la mimetica per qualche ora ed indossare la DROP con anfibi e cinturone.
Fa molto parata militare ma mi piace e poi i quattro mori cuciti sulla manica della giacca ne approfittano per prendere un pò di sole anche loro.
L'autista ha vent'anni scarsi e gli occhi liquidi e pieni di venuzze rosse, in parole povere si ammazza di canne.
La cosa non mi fa sentire troppo tranquillo vista l'andatura allegra con la quale ci arrampichiamo su per le curve del Gianicolo.
L'artificiere, un uomo sulla cinquantina in abiti civili, è assorto nei sui pensieri mentre tiene sulle ginocchia la cassetta metallica con dentro "il colpo" e fuma qualcosa che deve rassomigliare ad un tocco di catrame avvolto in una cartina.
Con la sua barba di tre giorni potrebbe essere il gemello ancora in vita di Serge Gainsbourg e, come lui, ha l'aria di uno che trascura un tantino l'igiene personale.
Accanto a me ci sono un artigliere ed un granatiere fresco di CAR che sostituisce l'altro artigliere ricoverato in infermeria per una sospetta varicella.
Conoscendo il tipo, varicella o no, a quest'ora sarà ricoperto da una montagna di giornali porno e si starà dedicando al suo passatempo preferito.
L'artigliere superstite è un tipo taciturno, basso in modo imbarazzante ed ha sempre gli angoli della bocca umidicci ma la caratteristica che lo ha reso famoso nella compagnia è rappresentata dalla quantità di peli che ricoprono il suo corpo.
In pratica, radendosi al mattino, è solo lui a decidere dove finisce la barba ed dove iniziano i peli del petto.
Il risultato è una specie di perenne maglioncino di peli a collo alto.
Da brividi.
L'altro grantiere non lo conosco, è arrivato in caserma da un paio di giorni e questo al Gianicolo è il suo primo servizio.
Speriamo solo che sia sveglio, perché toccherà a lui caricare "il colpo".
Quando il Ducato finalmente si ferma, il Gianicolo è illuminato da fasci di luce che sembrano perforare le nuvole residue.
Nonostante l'ossido che la ricopre, la statua di Garibaldi bagnata dalla pioggia recente sembra avere contorni più nitidi, quasi fosse un'immagine a definizione più alta del resto del paesaggio.
La piazzola sotto al belvedere è quasi deserta, qualche turista bagnato si affaccia dal parapetto e guarda giù incuriosito.
La grotta è lì ad aspettarci, come ogni giorno, silenziosa e cupa.
La grotta del Drago.
A custodirne il contenuto solo un vecchio portone di legno consumato dal tempo e da migliaia di incisioni tipo "Dado e Luana 4 ever", "Lazio merda" o più arditamente fiosofici stile "W la fica che Dio la benedica".
Pochi istanti per aprire il pesante lucchetto e spalancare il portone e, finalmente, la bocca del Drago emerge dal buio umido della sua tana.
Si tratta di un pezzo di artiglieria frutto dell'assemblaggio di residuati della seconda guerra mondiale ma perfettamente conservato e funzionante.
Mentre ognuno di noi si mette al lavoro, il granatiere "spina" rimane imbambolato di fronte al Drago.
Lo so, fa sempre quest'effetto quando lo si vede da vicino per la prima volta e, altrettanto immancabilmente, tutti hanno l'impulso di toccarlo.
E lo fanno con cautela, quasi con timore, come se da un momento all'altro il pesante cannone potesse scattare ruggendo e scrollandosi di dosso la mano che lo sta sfiorando.
Superata la fase catatonica del soggetto (per la verità preoccupantemente lunga) è ora di spiegargli ciò che dovrà fare, ossia caricare il colpo.
Mentre con uno strattone alla manopola apro il massiccio otturatore, l'artigliere gli mostra come inserire il colpo.
Lo fa una, due, tre volte, poi gli dice di provare.
Ed è il panico.
Una volta lo mette storto, un'altra non lo inserisce completamente, un'altra ancora non riesce a richiudere l'otturatore.
La cosa va avanti per una ventina di minuti con risultati penosi.
L'artigliere suda copiosamente (forse anche a causa del "maglione a collo alto") ed anch'io ho la fronte imperlata.
L'artificiere, dal canto suo, ci prende per il culo senza ritegno mentre fuma un altro tocco di catrame.
All'arrivo eravamo ampiamente in anticipo ma ormai mancano solo otto minuti e non c'è più tempo.
L'artigliere, in quanto addetto al pezzo, deve dirigere l'operazione, uno di noi due granatieri (nella fattispecie il catatonico) deve caricare il colpo e l'altro deve sparare.
Se ci scambiassimo i ruoli, vista l'eccezionale presenza di spirito del giovane, rischieremmo di sparare in anticipo o di non sparare affatto.
Incalzati dalle risate dell'artificiere decidiamo di procedere così riservandoci di intervenire improvvisando qualora l'imbranato cronico dovesse impappinarsi.
Cinque minuti: è ora di far uscire il Drago.
Gli anfibi slittano sui sanpietrini viscidi della grotta mentre spingiamo tutti insieme il cannone all'esterno.
Il Drago si affaccia pigro sulla piazzola rotolando sulle sue grosse ruote sgonfie e, alla sua vista, fra la piccola folla di curiosi che nel frattempo si è radunata per vederlo sputare fuoco, cala il silenzio.
Disegnando un rettangolo immaginario intorno al cannone ci mettiamo in fila sull'attenti in attesa del segnale.
Alzo gli occhi sulla gente affacciata al parapetto e, come ogni volta, cerco di riconoscere fra di essa il volto del famigerato "Generale".
Trattasi di figura mitologica rappresentata da un non meglio identificato "Generale in pensione ex-granatiere" che, secondo la leggenda, assisterebbe tutti i giorni alla cerimonia, con occhio critico e sdegnato, alla impietosa ricerca di errori formali o cavolate varie commesse dai militari di turno.
La leggenda prosegue tramandando memoria di telefonate di viva protesta indirizzate al Comandante di Reparto, con conseguente violenza sessuale perpetrata dal medesimo nei confronti dei militi responsabili.
Sarà una leggenda metropolitana, sarà mitologia, ma in passato le telefonate sono arrivate per davvero ed ho la brutta sensazione che stavolta il "Generale" ci farà sbattere tutti a Gaeta.
"Tre minuti!"
Dall'interno della grotta l'artificiere, che armeggia con un'altra sigaretta, regge la cornetta fra la guancia e la spalla e ci indica il tempo controllando l'ora esatta attraverso il telefono in dotazione.
Deglutendo nervosamente l'artigliere apre le danze.
"Al pezzo!"
Marciando lungo il perimetro del rettangolo immaginario, mi porto dal lato opposto ed apro l'otturatore mentre l'imbranato cronico va a prendere il colpo all'interno.
Sono secondi interminabili e, tanto per tranquillizzarmi, sento l'artificiere dall'interno della grotta che incoraggia il pivello: "Tié, pijalo cò tutte e due le mani e me raccomanno... nun fà cazzate!"
Ecco, appunto.
Sento gli occhi del misterioso "Generale" che mi scartavetrano la nuca mentre il novello granatiere si dirige con aria concentrata verso il cannone con il colpo fra le mani e, santo cielo ditemi che non è vero, con una puntina di lingua che spunta fra le labbra.
Siamo spacciati.
Poi, evidentemente mossa a compassione, S. Barbara in persona si impossessa del corpo dell'imbranato e ne guida i movimenti, con il risultato che il colpo entra nel suo alloggiamento al primo tentativo emettendo un magnifico e morbido "flop".
Esito un attimo, incredulo, vorrei gridare "che culo!" ma mi trattengo e con un colpo secco richiudo l'otturatore e raggiungo il mio posto.
L'artigliere ha le lacrime agli occhi, l'artificiere ha ricominciato a ridere.
"Un minuto!"
Con due passi raggiugo il pezzo, prendo la piccola fune con entrambe le mani e comincio ad arrotolarla intorno alla sinistra.
"Trenta secondi!"
Questi sono gli istanti che non hanno prezzo.
Con la mente immagino di assistere al tutto dall'alto, da dove osserva la gente in questo momento.
Vedo il belvedere, la piazza, la statua ed il verde che ci circonda.
Immagino tutti gli uomini che si sono trovati al mio posto durante più di un secolo di storia, le loro facce, le loro divise ed il modo di parlare desueto.
E con loro immagino il mutare di Roma, dei suoi luoghi, dei sui riti e della sua gente.
"Cinque!"
L'artificiere ha questo maledetto vizio di cominciare il conto alla rovescia da cinque e non da dieci ma ormai non mi frega più. Respiro lentamente.
"Quattro!"
Penso alla botta, come al solito sarà forte, ma durerà solo un attimo.
"Tre!"
Che culo che abbiamo avuto oggi, questo qui è meglio che non ce lo riportiamo al Gianicolo. Come si dice: "errare è umano ma perseverare...".
"Due!"
Ci siamo Drago, la nostra parte bene o male l'abbiamo fatta, ora tocca a te fargli sentire chi sei.
"Uno!"
L'artigliere mignon si riempie i polmoni per urlare il comando.
"Fuoco!"
Tiro la fune con un gesto deciso.
L'aria si lacera.
La canna dell'obice rincula facendo indietreggiare il Drago di qualche centimetro sulle sue ruote sgonfie.
L'eco si allontana mentre un silenzio ovattato colma l'aria circostante come l'acqua che riempie le orecchie dopo un tuffo.
Fra qualche applauso e le risate di gioia dei bambini anche oggi Roma ha avuto il suo mezzogiorno d'onore.
Anche se quasi nessuno ci fa più caso, anche se con il traffico ed i mille rumori della metropoli il ruggito del vecchio Drago è diventato inavvertibile come lo scoppio di una bolla di sapone.
Mentre spingiamo il Drago nella sua tana il giovane miracolato decide di chiudere in bellezza la sua performance:
[Miracolato] "Senti un pò caporale, ma ste cannonate..."
[Io] "Si...?"
[Miracolato] "No, dicevo, ma ste cannonate dove vanno a finire?! Non c'è pericolo che beccano qualche casa?!"
[Io] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Artigliere] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Artificiere] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Io] "Ma no, dall'altra parte, a Villa Borghese, c'è una grossa rete protettiva che raccoglie tutti i proiettili..."
[Artigliere (con le lacrime)] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Artificiere (tossendo con lacrime)] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Io (appoggiato al cannone)] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Miracolato] "Ah, ecco, lo dicevo che ci doveva essere qualcosa..."
[Artigliere] "..."
[Artificiere] "..."
[Io] "..."
giovedì, ottobre 13, 2005
[Squallor]
Ha di nuovo unto il volante con l'olio del panino e questa cosa lo fa incazzare non poco.
Del resto è così, se ti piacciono i panini con il prosciutto e le melanzane sott'olio devi metterlo in conto, soprattutto se a metà dello spuntino arriva una chiamata e tu devi salire di corsa sull'ambulanza e partire a tutta manetta.
Sono anni che fa questo mestiere ma non riesce ancora ad abituarsi a quella leggera stretta che lo prende allo stomaco quando va a prendere qualcuno.
Quel pizzico di umana curiosità che lo fa sentire colpevole e quella paura serpeggiante di trovare chissà quale disgrazia ad aspettarlo.
Per fortuna stavolta la chiamata viene da una casa e non dalla stradale, quando ti chiamano loro devi aspettarti il peggio.
A volte trovi gente ridotta talmente male che faresti prima a raccattarla con una paletta piuttosto che caricarla in barella.
Sono cose difficili da mandar giù e nemmeno i paramedici ci si abituano mai fino in fondo.
La sirena urla la sua rabbia dal tetto dell'ambulanza mentre attraversa gli incroci quasi senza rallentare e dribblando le macchine con mestiere.
Quando ti chiamano da una casa non puoi fare a meno di farti un idea di chi stai andando a prelevare man mano che ti avvicini al quartiere.
Sarà un vecchietto in fin di vita sprofondato nel proprio letto in una casa popolare oppure un avvocato di successo colto da un infarto mentre si divertiva con la segretaria?
Un padre di famiglia con una colica renale, un barbone disperato che si sta uccidendo a forza di alcol o ancora una partoriente che ha fatto male i conti?
In tanti anni ne ha viste di tutti i colori, uomini, donne, anziani e bambini, tutti sulla sua ambulanza, tutti di corsa all'ospedale con la sirena che urla il dolore di quei poveracci.
Se c'è una cosa che ha imparato è che le disgrazie ti trovano senza che tu vada a cercartele.
Non tengono conto del contesto, non gliene frega niente se ti stai sposando, se sei sulla tazza del cesso o stai facendo l'amore.
Gliene frega ancora meno dell'età, della classe sociale o se di sfortuna nella vita ne hai già avuta abbastanza.
Come al solito un centinaio di metri prima di arrivare a destinazione spegne la sirena e nella sua testa scattano le procedure automatiche che ha ripetuto centinaia di volte.
Parcheggia di fronte al portone elegante, scende e aiuta i paramedici a tirare giù l'attrezzatura poi, insieme al suo collega, prende la barella ed entra nell'edificio.
Di solito non c'è nessun campanello da suonare, trovi sempre qualcuno con il volto tirato, se non disperato, che ti fa strada.
Stavolta niente, il portone è aperto e non gli rimane che salire su in fretta fino al piano che è stato segnalato nella chiamata.
Una porta socchiusa è l'unico indizio ed una volta entrati si bloccano nell'ingresso con il fiatone.
Un trans attempato che sembra una delle comparse di Thriller li accoglie con fare imbarazzato e gli fa cenno di seguirlo.
Dopo un paio di secondi di titubanza il gruppetto si muove preparandosi mentalmente ad avere a che fare con un tentativo di suicidio, le conseguenze di una lite violenta o qualcosa del genere.
La scena che si offre ai loro occhi è a metà strada tra il comico e il tragico.
Nella stanza ci sono altri due trans (siamo a quota tre) con l'aria nervosa e preoccupata mentre sul letto giace una figura rantolante.
Il gruppetto si avvicina e dopo le prime verifiche appare evidente che il soggetto, maschio bianco sulla trentina, è fatto come una pigna di un cocktail di droghe di cui nessuno saprebbe ripetere la ricetta.
Mentre i paramedici lavorano sul tossico, un'improvvisa illuminazione trafigge la mente dell'autista-portantino come un fulmine a ciel sereno.
In un attimo quel viso con gli occhi vitrei ed un filo di saliva al lato della bocca scatena un susseguirsi frenetico di immagini.
I cancelli dello stabilimento industriale dell'ormai unico gruppo automobilistico italiano e gli operai che manifestano per la cassa integrazione e i licenziamenti.
Il tossico in questione vestito da fighetto ma con la felpa della marca di auto di famiglia che si trastulla agli eventi mondani in compagnia di una nota super gnocca, il tossico che riceve il tapiro d'oro, i congiuntivi avventurosi e le centinaia di foto di bella vita assortita pubblicate sulle riviste di gossip.
E poi i soldi a palate, il lusso sfrenato ed i meriti manageriali chiacchierati come, a quanto pare, le chiappe dei suoi amici presenti.
Allora si guarda intorno.
Guarda il tizio ripieno di roba come un bigné, guarda i trans, guarda lo squallore dell'intera scena e gli sembra già di leggere i titoli dei giornali:
"E' caccia agli spacciatori!", "Il male di vivere di chi ha tutto", "Il dramma di un giovane caduto nel vortice...".
Nel silenzio generale vede se stesso e gli altri scambiarsi un cenno d'intesa, raccattare armi e bagagli, salutare educatamente i trans ed andarsene a salvare la vita a qualcuno che le attribuisce ancora un valore.
Invece no.
La verità è che una volta intubato lo caricheranno su una barella, lo porteranno giù e si dirigeranno verso l'ospedale dove verrà posto in rianimazione e che, nel giro di poche ore, si trasformerà in un camping per giornalisti e fotografi.
La verità è che qualcun altro chiamerà il 118 e forse non ci sarà un'ambulanza a disposizione.
La verità è che forse qualcuno avrà un incidente sul lavoro oppure accompagnando i figli a scuola ed avrà bisogno di un posto in rianimazione.
E forse lo troverà occupato.
E forse dovrà cercarselo da un'altra parte.
E forse non ci arriverà in tempo.
La verità è che il volante è ancora un pò unto e questa cosa lo fa incazzare non poco.
E la sirena urla come sempre.
Ma stavolta avrebbe voglia di spegnerla.
(Ogni riferimento a persone e a fatti realmente accaduti è puramente casuale)
venerdì, settembre 16, 2005
[I have a dream]
I due ragazzi sono lì che passeggiano mano nella mano per Villa Borghese.
C'è un bel sole caldo e lei lo guarda sorridendo, con lo zainetto in spalla, mentre lui si appresta a sgranocchiare spensieratamente il suo Duplo.
Ad un tratto un tipetto con la faccia da topo e l'aria da pirlino saccente si avvicina a loro e, senza preavviso, gli toglie il Duplo di mano.
I due ragazzi si guardano con espressione sorpresa ed interdetta mentre il tizio, addentando il Duplo, esordisce così:
"Non ci siamo proprio!
Manca l'approccio labiale!
No, perchè il dentale mi pettina il wafer tipo caimano,
ma è il labiale sulla crema che mi masterizza l'evento,
altrimenti la nocciola spasima e la leggerezza deraglia.
Più mistico!
Dentale, labiale...
Dentale, labiale..."
Il tizio è ancora lì che mastica il Duplo con le labbra a culo di gallina ripetendo "dentale, labiale" quando il ragazzo rivolge uno sguardo frustrato alla sua fidanzata.
Lei, di rimando, annuisce impercettibilmente.
La testata del ragazzo arriva fulminea e colpisce dentalelabiale in pieno viso fratturandogli il setto nasale e compromettendo gli incisivi superiori.
Il pirla ha ancora il boccone in bocca e numerose briciole dello snack sparse sulle labbra a culo di gallina mentre crolla a terra, come se qualcuno gli avesse tolto di colpo la sedia che aveva sotto al culo.
Il sangue sgorga copioso mischiandosi a quel che resta del boccone di Duplo e la ragazza ne approfitta per tirargli un calcio ben assestato alle costole fluttuanti.
Il ragazzo si china e, con movimenti lenti e misurati, estrae la metà residua del Duplo dalle dita contratte di dentalelabiale.
Prima di voltarsi la ragazza si rivolge al relitto umano ai suoi piedi dicendo:
"adesso mi sa che puoi fare solo l'approccio labiale, non è vero stronzo?!"
I due riprendono la loro passeggiata nel verde, mano nella mano, sotto il sole caldo.
lunedì, settembre 12, 2005
[Cloclo]
Magari sei in un bar oppure dal barbiere o ancora stai guidando una moto in una giornata di fine estate.
Magari la mente allenta la presa quel tanto che basta per lasciarsi andare, per scivolare lentamente nelle acque calme dei ricordi d'infanzia.
E così capita che riaffiorino immagini, suoni e visi dimenticati.
Così è capitato che mi tornasse in mente Cloclo.
Cloclo, all'anagrafe Claude François, nacque in Egitto da padre francese e madre italiana.
Aveva capelli biondi a caschetto ed uno di quei visi eccessivamente curati ed impomatati che ai giorni nostri gli avrebbero conferito un'indiscutibile etichetta gay.
Da ragazzo fu costretto a tornare in Francia con la famiglia ed a causa della malattia del padre si ritrovò genitori e sorella sulle spalle.
Ma Cloclo (leggasi "cloclò"), a dispetto del suo aspetto un tantino effeminato, aveva una determinazione ed un'ambizione impressionanti e, da simpatico figlio di puttana quale era, affrontò una gavetta lunghissima che lo portò a raggiungere una tale popolarità in Francia da rappresentare ancora oggi un'icona.
Chiunque lo abbia sentito cantare ed esibirsi ne ha sicuramente colto la singolare luce negli occhi.
Quel luccichìo di chi ha dentro qualcosa da dire, obiettivi da raggiungere ed un talento genuino.
Cominciò suonando la batteria per poi trovare la sua strada nel canto.
Attraversò tutti i generi di quegli anni con la massima disinvoltura: dalle cover in lingua francese dei successi d'oltre oceano al più melenso degli yé-yé, dal melodico-tritapalle stile Montand alla disco music anni '70.
Una scalata senza battute d'arresto che lo portò in pochi anni ad autoprodursi, comprare testate giornalistiche del settore e giocare con la propria immagine come nessun cantante in Francia (e davvero pochi in Europa) erano stati capaci di fare.
Ci sapeva davvero fare Cloclo, non c'è che dire.
Io ero solo un bambino ma lo ricordo ancora ballare coi pantaloni a zampa circondato da una mezza dozzina di gnocche in hot-pants come se ne vedevano solo al Crazy Horse.
Morì all'improvviso Cloclo, morì un pò da pirla.
Rimase fulminato a 39 anni mentre cercava di svitare una lampadina guasta appena uscito dalla vasca da bagno.
Che morte ingloriosa Claude, che beffa e che prezzo salato per rimanere un'icona.
Di lui mi resta un ricordo dolce di piovosi inverni parigini e vetri appannati, di spazzini che spingevano le cicche e le cartacce nei caniveaux mentre alla radio davano "Comme d'habitude".
Ah, già, dimenticavo... sicuramente quella canzone a voi non dice niente ed ancor meno vi diceva il nomignolo Cloclo prima che leggeste queste righe.
Eppure scommetto che la versione inglese che ne fece Paul Anka e che in seguito cantarono personaggi quali Frank "The Voice" Sinatra ed Elvis "The Pelvis" Presley qualcosa ve la dice.
Sbaglio?
And now, the end is near
And so I face the final curtain
My friend, I'll say it clear
I'll state my case, of which I'm certain
I've lived a life that's full
I've traveled each and ev'ry highway
But more, much more than this
I did it my way
Regrets, I've had a few
But then again, too few to mention
I did what I had to do
And saw it through without exemption
I planned each charted course
Each careful step along the byway
But more, much more than this
I did it my way
Yes, there were times, I'm sure you knew
When I bit off more than I could chew
But through it all, when there was doubt
I ate it up and spit it out
I faced it all and I stood tall
And did it my way
I've loved, I've laughed and cried
I've had my fill; my share of losing
And now, as tears subside
I find it all so amusing
To think I did all that
And may I say, not in a shy way
"No, oh no not me
I did it my way"
For what is a man, what has he got?
If not himself, then he has naught
To say the things he truly feels
And not the words of one who kneels
The record shows I took the blows
And did it my way.
[My Way (Comme d'habitude) - 1969]
Musica: C.François, J.Revaux
Testo: C.François, G.Thibault (trad. Paul Anka)
venerdì, agosto 26, 2005
[Sto diventando grande lo sai che non mi va]
Ci siamo, di nuovo, come ogni anno.
Come ogni estate che mi è passata sulla pelle, sugli occhi, sulle labbra.
Quella malinconia lieve e garbata che ti prende piano piano con l'accorciarsi inesorabile di questi ultimi giorni d'estate.
E non è mai mancata all'appello, si è sempre presentata puntuale in questo periodo dell'anno ad accorciarmi i sorrisi ed a farmi sciogliere lo sguardo ed i pensieri in certi tramonti rossi di città.
E' come quel senso che ti prendeva alla fine di una festa di quando eri bambino, quando sapevi che potevi giocare ancora una mezz'ora ma poi i tuoi ti sarebbero venuti a prendere per tornare a casa.
Come certe domeniche mattina in cui ti sembra già di essere a lunedi.
Come una spiaggia deserta con la sabbia bagnata dopo la pioggia.
In fondo il metronomo della mia vita è sempre stata l'estate.
Con i suoi gelati, le sue spiagge affollate, le gonne leggere sulle gambe nude e quelle sere dolci di lucciole e sinfonie di grilli.
E poi la pelle abbronzata, l'odore della resina di pino, la canzone dell'estate e quel caldo di cui tutti si lamentano ma che in fondo ci asciuga l'anima bagnata d'inverno.
Ma più di tutto la leggerezza.
Che fossi al mare, in montagna o in un cortile assolato con le cicale che mi urlavano nelle orecchie mi sono sempre sentito leggero, col sole che mi scaldava il viso e le braccia scoperte.
Leggero, con tutta l'estate davanti a me come una promessa.
Beh, ci siamo, il mio metronomo ha quasi finito di segnare un'altra battuta e come tutte le estati, da venti anni a questa parte, per descrivere questi giorni non mi viene in mente niente di meglio che la canzonetta di due folli, simpatici ed un pò sfortunati, che stanchi di essere solo amici un giorno decisero di diventare "fratelli".
L'estate sta finendo
e un anno se ne va
sto diventando grande
lo sai che non mi va.
In spiaggia di ombrelloni
non ce ne sono più
è il solito rituale
ma ora manchi tu.
Languidi brividi
come il ghiaccio bruciano
quando sto con te.
Baciami
siamo due satelliti
in orbita sul mar.
È tempo che i gabbiani
arrivino in città
L'estate sta finendo
lo sai che non mi va.
Io sono ancora solo
non è una novità
Tu hai già chi ti consola
a me chi penserà.
Languidi brividi…
L'estate sta finendo
e un anno se ne va
sto diventando grande
lo sai che non mi va.
Una fotografia
è tutto quel che ho
ma stanne pur sicura
io non ti scorderò.
L'estate sta finendo
e un anno se ne va
sto diventando grande
anche se non mi va.
L'estate sta finendo
l'estate sta finendo...
[Righeira, 1985 - L'estate sta finendo]
lunedì, agosto 08, 2005
[Appartenenza]
Ci sono giorni che non si possono raccontare.
Non mentre li stai vivendo almeno.
Avete presente quando avete una macchina fotografica o una telecamera tra le mani e per la voglia di immortalare lo straordinario evento che avete davanti finite per vederlo solo attraverso il mirino dell'obiettivo?
Insomma, in qualche modo ne avete perso qualcosa.
Per me è lo stesso con certi giorni della vita, ho bisogno di viverli in silenzio per registrarne ogni attimo, suono, odore o più piccola sensazione.
Soprattutto quando so che quei giorni non torneranno mai più uguali.
Lei ora dorme a pochi metri da me.
Riesco a sentire il suo respiro mentre riflessi di luna le illuminano le guance e le ciglia sottili.
Mi rendo conto di poter trascorrere ore a guardarla, quasi potessi cullarla con gli occhi o avvolgerla in un velo d'amore.
Amore.
La cosa che più mi colpisce è in quanto poco tempo lei sia diventata indispensabile, fondamentale, imprescindibile.
Giorni?
Forse solo ore o addirittura minuti.
O forse dall'istante in cui, sdraiata sulla pancia della mamma, ancora sporca e tremante, ha aperto gli occhi per la prima volta e li ha rivolti verso di me.
Già, forse è stato esattamente quello l'istante in cui il suo nome si è inciso per sempre nella mia anima, così profondamente da non poterlo descrivere.
Si dice che la vita di un figlio non ci appartenga.
Ed in fondo è vero.
Lei è figlia dell'universo e di tutte le sue stelle, giunta fra le nostre braccia grazie all'unico vero miracolo davanti al quale tutti dovrebbero inginocchiarsi e ringraziare il proprio Dio, ammesso che ne abbiano uno.
Già, forse la sua vita nuova di zecca non mi appartiene.
Ma di sicuro la mia appartiene a lei.
Avrò cura di te piccola.
lunedì, maggio 09, 2005
[Legolas alle crociate]
Francia del XII° secolo.
Nell'alba gelida un gruppo di cavalieri crociati attraversa un paese sperduto fra le montagne.
L'atmosfera è azzeccata, la luce è realistica e la fotografia trasmette la cupa atmosfera medievale.
Ma ecco che ad un tratto sullo schermo appare lui, l'eroe, che martella ritmicamente una barra di ferro incadescente.
Trattandosi di Orlando Bloom il senso di déjà vu è inevitabile e ti aspetti che da un momento all'altro esca fuori Johnny Deep vestito da pirata ("La maledizione della prima luna" ndr).
Sono lì che mi chiedo chi a Hollywood abbia deciso che Bloom sia perfetto nel ruolo del fabbro/maniscalco che scopro che al nostro eroe è morto da poco un figlio e che la moglie si è appena suicidata.
Ma lui niente, continua a martellare impassibile il suo pezzo di ferro chiuso nel suo silenzio monoespressivo.
Per farla breve, i cavalieri crociati di prima arrivano da lui ed il più anziano di loro, senza troppi preamboli, gli rivela di essere suo padre e, già che c'è, racconta che a suo tempo se l'è spassata con sua madre e che, anche se lei non era del tutto d'accordo, alla fine c'è stata (come dire: un vero cavaliere).
Il nostro maniscalco accoglie la notizia come se avesse letto sul giornale che Emilio Fede vota Forza Italia ma, sotto sotto, probabilmente comincia a rimpiangere un tantino i giorni in cui girava spensierato vestito da elfo ossigenato ("Il signore degli anelli" ndr).
Il padre cavaliere gli propone quindi di venire con lui a Gerusalemme, terra nella quale potrà trovare fortuna e farsi una posizione.
E lui che fa?
Ci va, ovvio, ma non prima di aver fatto fuori quel fetente del prete del paese.
Da qui in poi morte e disgrazia su tutti coloro che hanno a che fare con il nostro eroe.
Per salvare lui muore subito la metà dei cavalieri del gruppo ed il padre, che schiatta pure lui a Messina prima ancora di prendere il mare, prima di tirare le cuoia lo nomina cavaliere (chiudendo la formula di investitura con un "ma a me chi m'ha cecate e venì a cercà stu strunz?").
Il nostro eroe, che dimostra l'entusiasmo di una ficus benjamin, salpa allora per la terra santa con la valigia di cartone tipo "comm'è amaro stu ppane".
La nave naufraga e muoiono tutti tranne lui.
Il maniscalco porta sfiga, ormai è chiaro.
Strada facendo si scopre che Legolas, pardon, il nostro eroe maneggia la spada come un maestro d'armi e che chiunque gli faccia rodere il culo lui lo ammazza.
Saraceni con mille battaglie alle spalle, cavalieri crociati, templari: ammazza tutti e non si spettina mai.
Ma torniamo alla narrazione.
Ok, tranquilli, accelero un pò.
A Gerusalemme in cinque minuti è il più figo del reame.
Lo conoscono tutti, lo amano, gli giurano fedeltà, uomini e donne se lo porterebbero a letto.
Il re di Gerusalemme rimane affascinato dalla sua verve da bradipo e si capisce subito che vuole farne il suo condottiero.
Nel frattempo lui eredita i possedimenti del padre in terra santa e scopre che al vecchio hanno rifilato una porzione di deserto fatta di polvere e sassi.
Ma lui non si perde d'animo, si guarda intorno e dopo una pausa piena di pathos dichiara: "qui quello che manca è l'acqua".
"Minchia!" esclamano i presenti autenticamente sorpresi ed impressionati da tanto genio.
Al che lui, che a tempo perso faceva pure il rabdomante, indica un paio di posti dove scavare e, a sorpresa, dopo mezza giornata di lavoro a un paio di metri di profondità si scopre tanta di quell'acqua che il giorno dopo i campi sembrano una risaia vietnamita.
Ma ecco il colpo di scena.
La principessa di Gerusalemme, grandissima gnocca dagli occhi di mare, si innamora perdutamente di lui.
Il pubblico in sala è disorientato... chi l'avrebbe mai detto?!
La situazione precipita.
Salah al Din, anche detto feroce Saladino, avendo i testicoli frantumati dalle continue provocazioni dei cristiani, decide di riprendersi Gerusalemme.
La città è assediata.
Ma il nostro eroe oltre ad essere maniscalco, grande maestro d'armi e rabdomante si rivela essere pure un abile stratega ed esperto di tecniche militari anti-assedio.
Prima dello scontro finale parla (non si sa in quale cazzo di lingua) a tutta la gente di Gerusalemme: cristiani di ogni parte del mondo, ebrei, musulmani.
Il succo del discorso è che siamo tutti fratelli aldilà delle razze e delle religioni, che la guerra santa non ha senso ma che dobbiamo batterci per salvare le nostre famiglie e i nostri cari.
Insomma, il repertorio standard di qualunque politico occidentale post 11 settembre.
La battaglia è feroce.
Vola di tutto: frecce, lance, macigni, palle di pece infuocata, scud iracheni...
Si affettano e si squartano per un tempo indefinito e crepa una quantità di gente esagerata.
Ma non lui.
Lui campa, è un pò sudato ma ancora pettinato.
Alla fine si fa due chiacchiere con Saladino e baratta Gerusalemme per la salvezza dei suoi abitanti.
Siamo agli addii.
A Gerusalemme ora stanno tutti insieme appassionatamente per le strade e i cristiani fanno armi e bagagli per la partenza senza che nessuno li disturbi.
Fino al giorno prima si mozzavano la testa e si impalavano a vicenda mentre ora passeggiano uno accanto all'altro come se niente fosse.
"Facciamo a cambio? Io ti do la spada da crociato e tu mi dai la scimitarra..."
La principessa gnocca rinuncia ai suoi regni (pare ne abbia altri tre o quattro sparsi in medio oriente) e segue il suo amato che ha deciso di riprendere a fare il maniscalco al suo paesello sperduto nel buco del culo delle montagne francesi.
Schermo nero a sfumare.
Musica epica.
Titoli di coda.
Ridley, perché l'hai fatto?

