Fahrenheit 451

giovedì, luglio 31, 2003 

Corre.

Corre senza sosta lungo la corsia di emergenza, lo sguardo perso verso il limite visibile della strada.
Impossibile dire da quanto tempo stia procedendo a questa andatura. Un'ora, forse un giorno intero, non ha importanza per lui. Quel che conta è raggiungerli.

E' capitato un incidente, una di quelle disgrazie che accadono senza preavviso. Non è una cosa che gli è stata insegnata, lo sa e basta. Il suo istinto gli dice che il branco si è dovuto allontanare in fretta e furia, forse per salvarsi da un oscuro pericolo. E' l'unica spiegazione. Hanno fatto una sosta e tutto era tranquillo sotto quel sole impietoso a picco sulle loro teste. Chissà, forse avrebbero bevuto e lui avrebbe potuto sdraiarsi fra l'erba alta ormai ingiallita.
Poi ad un tratto il disastro.
Il branco fugge improvvisamente e prima che riesca a capirne il motivo è già lontano lungo quella stricia scura che attraversa i campi aridi.
Correre, deve correre per raggiungerli.
Se fuggono ci deve essere un motivo e se lo lasciano indietro deve trattarsi di un pericolo mortale. Non c'è altra spiegazione. Il branco è stato con lui da quando era piccolo, e praticamente tutti i suoi ricordi hanno a che fare con i membri del branco.
Certo, lui è sempre stato un pò diverso dagli altri. Loro così alti e glabri, ritti sulle zampe posteriori con il loro linguaggio complicato. Ma ha sempre giocato con gli altri cuccioli, assecondandoli nei loro strani giochi per integrarsi nel branco, per essere accettato.
E c'era riuscito! Era uno di loro, non c'è dubbio. Forse ha fatto qualcosa di sbagliato, qualcosa di talmente imperdonabile da meritare l'abbandono.
Deve raggiungerli, non c'è altro da fare.

L'auto si allontana. Lui è un cane, un bastardino color miele con la schiuma ai lati della bocca e non ci sono molti dubbi sul suo prossimo futuro.
Se ha superato i sette o otto anni è probabile che muoia d'infarto. Ci sono almeno 37 gradi e correndo a quell'andatura nelle prossime ora gli scoppierà il cuore. Se invece è un cane giovane potrà tirare avanti ancora per molto e allora sarà una delle macchine che lo sfiorano continuamente che gli darà il colpo di grazia quando comincerà a barcollare per lo sfinimento invadendo la carreggiata.

Il "branco" che si allontana in auto, invece, è costituito da un uomo o meglio da un individuo della specie umana. Usando un espressione tipica del dialetto campano direi che si tratta di un "omm' i mmerd" (credo non ci siano espressioni altrettanto azzeccate nella lingua italiana).

Gli altri componenti del "branco" sono a casa, impegnati nei preparativi della partenza per le vacanze. I cuccioli non ne sanno niente, meglio non farli partecipi di questo triste "allontanamento" del loro compagno di giochi o, più correttamente, del loro giocattolo.
Crescendo diventeranno anche loro "ommin' i mmerd" seguendo le orme del padre.

Ed io mi vergogno di appartenere alla loro stessa specie.












postato da centauro 15:13 | plink | commenti (3)

venerdì, luglio 25, 2003 

"In vita mia ho speso un mucchio di soldi per donne, moto e  macchine veloci.
 Tutti gli altri li ho sprecati."

(Pete Best)


postato da centauro 14:35 | plink | commenti (2)

martedì, luglio 22, 2003 

"Un giorno credi di essere giusto
e di essere un grande uomo
in un altro ti svegli e devi
cominciare da zero..."

Inizio il post con queste parole di Bennato, menestrello degli anni '70 e '80, perché si sono impresse in modo indelebile nella mia memoria di bambino.

Correva l'anno 1973 (credo) quando, nell'album "Non farti cadere le braccia" Edoardo inseriva questa strana canzone dall'inizio melodico e dal finale rock.
Io allora avevo solamente due anni e, sebbene amassi la musica fin da piccolo, direi che stavo ancora attraversando la mia fase "Zecchino d'oro".
Solo diversi anni più tardi Bennato cominciò ad entrarmi in testa.

Ho otto anni (o forse nove?) e sono seduto sulla canna della bici guidata da mio cugino. Siamo al mare e nella quiete pomeridiana attraversiamo silenziosamente le stradine fra i pini. E' l'ora della "pennichella" pomeridiana ed il rumore dominante è quello delle cicale.
Stare seduto sulla canna di una bici non è proprio il massimo, ragion per cui mio cugino l'ha rivestita con un telo da mare per rendermi il tragitto meno penoso.
Non gli scoccia affatto portarsi dietro un ragazzino di otto (o nove?) anni che altri considererebbero una palla al piede e per questo gli sarò sempre riconoscente.
Abbiamo fatto lo stesso giro almeno una dozzina di volte pur di passare davanti al campo da tennis dove sta giocando la biondina con la gonnellina rosa alla Chris Evert Lloyd.
Io realizzo solo vagamente il motivo di tali manovre, d'altronde i miei pensieri sono ancora molto più vicini allo "Zecchino d'oro" di cui sopra che non alle gambe della Evert Lloyd.
Lui, mio cugino, è nella fase finale dell'adolescenza e, trattandosi degli anni '70, credo che le parole più rappresentative siano: Tolfa (la borsa), sesso, Adidas (le prime tute alla moda), Ciao (il motorino), sesso, giocare a calcio, falce e martello, sesso e... Bennato.

Si perché in questo pomeriggio assolato, nel silenzio di una cittadina di mare, io mi sento benissimo su quella canna di bicicletta e nell'aria c'è una leggerezza, una spensieratezza che raramente proverò nella mia vita, come se nulla possa toccarci.
Ah, dimenticavo, in lontananza una radio suona qualcosa tipo...

"Quando ti alzi e ti senti distrutto
fatti forza e va incontro al tuo giorno
non tornare sui tuoi soliti passi
basterebbe un istante..."
















postato da centauro 12:32 | plink | commenti (2)

giovedì, luglio 17, 2003 

Chi dice che la moto è un mezzo di trasporto non ne ha mai guidata una.

Se quello che cerchi è un veicolo che ti consenta di spostarti hai l'imbarazzo della scelta: puoi comprare una Punto, prendere l'autobus o la metro e se ti senti particolarmente sportivo puoi optare per uno scooter. Tutte scelte rispettabilissime e condivisibili.

Tuttavia, se scegli di sederti su un paio di quintali di metallo composti da un motore, due ruote e poco più allora non lo fai per spostarti o essere trasportato. Ci deve essere qualcos'altro.
Quel "qualcos'altro" è difficile da spiegare e, a dire la verità, ci si sono cimentati in tanti. Per evitare imbarazzanti confronti, mi limiterò a dire che, a mio avviso, ha a che fare con il nostro lato animalesco e con l'innata attrazione dell'uomo per il pericolo (seppur inferiore a quello affrontato da altre categorie di spericolati quali i fumatori).

Ad ogni modo i motociclisti si dissimulano fra di noi (o meglio fra di voi, visto che sono uno di loro), insospettabili, di ogni età, estrazione sociale, religione e fede politica.
Li riconosci anche quando, loro malgrado, non sono alla guida della loro moto. Li vedi con l'occhio guizzante, magari in giacca e cravatta che ti scrutano dalla loro Mercedes con finestrino chiuso ed aria condizionata, studiando attentamente la tua marmitta corsaiola o i tuoi tubi dei freni in treccia aeronautica.
Ed è lì che si tradiscono... tana per il motociclista in Mercedes!
Ovviamente lo stesso discorso vale per commercialisti, muratori, postini, avvocati e chi più ne ha più ne metta. Non ci sono confini sociali.
Ho visto arzilli vecchietti a bordo di Moto Guzzi degli anni '60 affrontare allegramente tornanti di montagna decisamente impegnativi (sporgendo anche un pò il ginocchio artritico...) ed improbabili piloti (magari sovrappeso) inguainati nelle loro tutte di pelle a cavallo di autentici mostri da 170 cavalli.

Ma non ingannatevi, non basta possedere una moto per essere dei motociclisti. Un automobilista, per esempio, è tale perché guida un'auto, sacrosanto, non ci piove. Per le moto la similitudine non vale.
Quelli che vanno dal meccanico dicendo cose del tipo "quando schiaccio il tasto rosso non si mette in moto" oppure "non so... ad un certo punto ha cominciato a fare un gran rumore" o ancora "quando gliela riporto per controllare i livelli?" beh... scusate se pecco di "fondamentalismo motociclistico" ma per me non si possono chiamare motociclisti.
Il motociclista, per definizione, conosce vita morte e miracoli della propria "bimba" (chi più chi meno) anzi, la conosceva ancora prima di acquistarla.
Col tempo poi, ha imparato a riconoscere il ticchettìo delle valvole, quella piccola esitazione nell'inserimento della seconda marcia dovuta ad un sincronizzatore del cambio che ha cominciato a fare i capricci intorno ai 30000 Km e, se si concentra un pò, ti sa dire a quanti giri sta andando il motore senza guardare il contagiri. A questo proposito vi invito a dare un'occhiata ad un libro intitolato "Lo Zen e l'arte della manutenzione della moto", anch'esso scampato ai roghi di noi Incendiari (ma Montag qui non c'entra), che a dispetto del titolo è un libro serissimo e sicuramente più evocativo di quanto possa esserlo io in questo post.

D'altro canto (provocazione!) non è indispensabile possedere e guidare una moto per essere un motociclista d'hoc.
Posso citarvi il caso di un quarantacinquenne inchiodato ad una sedia a rotelle da una ventina d'anni che continua ad amare le moto ed a costruire modellini in scala dei grandi miti a due ruote e ad emozionarsi vedendo passare qualche vecchio "cancello" che sognava da ragazzino.
Strana gente i motociclisti.

Per oggi credo che basti, anche per i più pazienti di voi che sono arrivati a leggere fin qui.

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postato da centauro 01:59 | plink | commenti (7)

mercoledì, luglio 16, 2003 

E' raro che io abbia incubi.

Probabilmente, "Interpretazione dei sogni" a parte (altro libricino al quale gli Incendiari dedicherebbero volentieri le proprie attenzioni), il meccanismo alla base degli incubi è tutt'altro che svelato.
Cosa diavolo spinge la nostra intricata massa cerebrale a sviluppare "sceneggiature" e "scenografie" tanto spaventose ed angoscianti? Per di più in quello che definirei il proprio "tempo libero". Se i sogni sono una valvola di sfogo, un'uscita di sicurezza della nostra mente, un canale di comunicazione fra il nostro subconscio ed il nostro Io cosciente, cosa diavolo sono gli incubi? Masochismo cerebrale?
Ad ogni modo credo che ciascuno di noi abbia sperimentato, almeno una volta nei propri incubi, i picchi più alti di angoscia, sconforto o terrore puro.

Si dice che nella top ten dell'italiano medio ci siano gli esami di maturità, con tanto di fantozziane mani sudate e lingua felpata, accomapagnate dall'assoluta consapevolezza di non ricordare un cacchio degli argomenti sui quali saremo chiamati a rispondere.
A me non è mai capitato, giuro. Neanche una volta.
In compenso notte tempo, di tanto in tanto, mi diletto a farmela sotto con la laurea. Ebbene si, mi caco (o "cago" per gli amici settentrionali) letteralmente addosso.
Sto per discutere la mia tesi di Intelligenza Artificiale (che poi risponde alla realtà storica) quando improvvisamente (ops...) il mio essere prende coscienza del fatto che, sebbene mi trovi lì, mi mancano due esamucci da niente (per la precisione i più gettonati sono Informatica Teorica e Calcolatori Elettronici).

E' difficile tradurre in parole il senso di atterrimento e disperazione che, a quel punto, attanaglia il mio Io onirico.
Fatto sta che la mente precipita in una spirale senza fine alla disperata ricerca di una spegazione, di una "causa/effetto", di una scappatoia (mando tutto affan... e faccio l'idraulico). Nel sonno comincio a sudare freddo (anche in inverno) e solamente la sveglia mi riprende per i capelli riportandomi alla mia realtà di Dott. Ing.

Evidentemente qualunque psicoterapeuta (ma anche un parcheggiatore abusivo) farebbe 2+2 e sentenzierebbe che la mia esperienza universitaria non si può defnire esattamente "serena". A volte mi chiedo se ne sia valsa la pena. L'ultima volta è stato quando ho sborsato qualche centinaio di euro e un litro e mezzo di sangue all'idraulico di turno.

Chissà se lui ha incubi ricorrenti nei quali si reca da un cliente ed improvvisamente (ops...) il suo essere prende coscienza del fatto che, sebbene si trovi lì, ha dimenticato nel furgone la filettatrice da 3/4 di pollice.







postato da centauro 15:41 | plink | commenti (2)

martedì, luglio 15, 2003 

Il calore proveniente dall'asfalto cittadino sale su per le mie gambe come se quello emanato dal motore non fosse già abbastanza.
L'aria che si fa strada attraverso la visiera aperta sembra uscita da un phon e, al semaforo, ho l'irrazionale sensazione di sprofondare qualche centimetro nel macadam.

Roma sembra sospesa. Come se la città aspettasse pazientemente che i milioni di abitanti che l'attraversano quotidianamente come formiche stressate partano per le fatidiche ferie, liberandola dall'assedio di cui è vittima durante il resto dell'anno.

Mentre guido con un filo di gas fra i viali costeggiati dai pini, mi si affianca una macchina guidata da uno che somiglia in modo preoccupante a Gigi Marzullo e parla animatamente al cellulare munito di auricolare.

"Ma la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?"

Mio Dio, ho bisogno di una vacanza. 


postato da centauro 12:57 | plink | commenti

giovedì, luglio 10, 2003 

"... Prova ad immaginare un pianoforte... i tasti iniziano, i tasti finiscono. Tu sai che sono 88 e su questo nessuno può fregarti...Non sono infiniti loro, Tu sei infinito e su quegli 88 tasti infinita è la musica che puoi suonare... Questo a me piace, questo sì, si può vivere...

Ma se salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera con milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la verità, che non finiscono mai... beh, allora quella tastiera è infinita..ma se quella tastiera è infinita non c'è musica che puoi suonare...ti sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio...

Ma le vedevi le strade????.
Anche solo le strade, ce n'erano a migliaia... come fate voi laggiù a sceglierne una???..
A scegliere una donna...
Una casa che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire....
Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce... o quanto ce n'è...
Ma non avete paura, voi altri, a finire in mille pezzi solo a pensarla quell'enormità??... a viverla...

Io sono nato su questa nave..ed anche qui il mondo passava, ma a non più di duemila persone per volta... E di desideri ce n'erano, sì...ce n'erano ma non più di quanto possano stare su di una nave fra una prua ed una poppa... Suonavi la tua felicità su di una tastiera che non era infinita... Io ho imparato a vivere così... la terra, quella è una nave troppo grande per me. E' un viaggio troppo lungo. E' una donna troppo bella. E' un profumo troppo forte. E' una musica che non so suonare.

Perdonami amico ma io non scenderò da questa nave, non scenderò...
al massimo, posso scendere dalla mia vita..."

(Novecento, Alessandro Baricco)

Montag, sarà andato bruciato anche questo?












postato da centauro 15:16 | plink | commenti (5)

Questo post è per ekt .

Ho riflettuto sul tuo ultimo commento e credo sia esattamente la sensazione di cui parli tu che mi ha spinto su questa strada.
Quel bagliore nella mente che ti fa trovare la soluzione ad un problema, l'immagine mentale di un algoritmo e la voglia di tradurlo in righe di codice, l'innata voglia di scomporre ciò che è complesso in elementare e la soddisfazione di riuscire in qualcosa di "tosto".
Per giungere là dove nessun uomo è mai giunto prima... Pappa parapappa parapaaaa (colonna sonora di Star Trek).
Scherzi a parte credo sia questo che mi ha fatto imboccare questa strada.
Certo, oggi come Montag mi accingo pericolosamente a cavalcare la Salamandra.
Forse mi salverò, o più probabilmente sarò travolto dall'imperativo di "fare il business" e perderò il piacere di esclamare "Eureka!" o "Ma vieni!" (che mi si addice di più).

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postato da centauro 11:23 | plink | commenti (3)

mercoledì, luglio 09, 2003 

Sono al mio secondo post.

Il primo voleva essere una prefazione, giusto per spiegare perché mi fosse venuto in mente di aprire un blog.
Ho sinceramente apprezzato gli unici due commenti (pochi ma buoni) da parte del misterioso drfractal (complimenti per il tuo blog cyber-spirituale) e del mio amico ekt (poeta digitale a pieno titolo).

Ho poco tempo per scrivere oggi.
No, non brucio libri per vivere come fa Montag, il mio lavoro è un altro. Diciamo che "la rete mi dà il pane" e lo stesso strumento che mi consente di avere questo spazio nel quale rovesciare i miei pensieri è quello sul quale fatico (nel senso partenopeo del termine).

A volte mi chiedo che contributo sto dando al mondo con il mio lavoro. Credo sia capitato a tutti gli informatici di dover rispondere alla domanda "che lavoro fai?" ed accorgersi (fastidiosamente) di dover impiegare una cinquantina di parole, come minimo, per dare un'idea.
Beh, ad un fornaio puoi chiederlo ed a lui basterà una parola per spiegarsi, e poche altre per spiegarti l'utilità del suo lavoro. "Faccio il pane che mangi tutti i giorni".

Io cosa potrei rispondere? "Sviluppo servizi a valore aggiunto nell'area internet?" oppure "Implemento servizi per l'invio di messaggi MMS perché tu possa far vedere la tua faccia da pirla ai tuoi amici mentre sei in discoteca?".

Difficile convincere qualcuno della grande serietà del tuo lavoro.

Mi assale un dubbio: non starò contribuendo anch'io a costruire quel mondo di cui parla Bradbury in cui ognuno è convinto di avere dei bisogni che non ha, delle soddisfazioni fasulle come quella di avere un cellulare a larga banda col quale spedire via etere la propria suddetta faccia da pirla?

Chiudo col testo della canzone che ho appena ascoltato, anche se non c'entra molto con il discorso (o forse si?!)

You say you want
Diamonds on a ring of gold
You say you want
Your story to remain untold

But all the promises we make
From the cradle to the grave
When all I want is you

You say you'll give me
A highway with no one on it
Treasure just to look upon it
All the riches in the night

You say you'll give me
Eyes in a moon of blindness
A river in a time of dryness
A harbour in the tempest
But all the promises we make
From the cradle to the grave
When all I want is you

You say you want
Your love to work out right
To last with me through the night

You say you want
Diamonds on a ring of gold
Your story to remain untold
Your love not to grow cold

All the promises we break
From the cradle to the grave
When all I want is you.

(All I Want Is You, U2)































postato da centauro 14:58 | plink | commenti (3)

lunedì, luglio 07, 2003 

Montag. Montag è il mio nome.

E' un nome preso in prestito, è ovvio. E' il nome del protagonista di un libro pubblicato per la prima volta 52 anni fa. Il nome di un uomo che apre gli occhi per la prima volta intorno ai trent'anni e li apre su un mondo che, erroneamente, credeva di conoscere.

Per vivere Montag brucia libri. E' un vigile del fuoco ma nel suo tempo il significato del termine è leggermente cambiato. Brucia tutto quell'inutile mare di carta stampata che tramanda i pensieri di altrettanto inutili pazzi chiamati Dostojewski, Voltaire, Pascal, Dante Alighieri e chi più ne ha più ne metta.

Ma Montag non è un criminale, brucia solo ciò che nessuno vuole leggere, ciò che è scomodo e inopportuno nella sua società.

Ha sempre sentito, che qualcosa non andava, che mancava qualcosa, che il quadro non era completo. Dovrebbe essere felice, non c'è dubbio. Almeno questo è ciò che gli dicono gli spot trasmessi sugli schermi tv che ormai occupano intere pareti, i cartelloni pubblicitari sempre più grandi per risultare leggibili da auto sempre più veloci.

Ma allora perché non pronuncia mai quella frase? Sono felice. Quasi fosse un argomento da evitare, di più, un pensiero da evitare perché costringe a riflettere, a fare bilanci, a porsi domande imbarazzanti.

Questo è Montag, un uomo pieno di dubbi ma deciso ad andare fino in fondo.

Ha aperto gli occhi Montag è non vuole più richiuderli.

La carta brucia ma forse i blog no.

Benvenuti su Fahrenheit 451.

postato da centauro 15:58 | plink | commenti (9)