martedì, settembre 30, 2003
Chiave. Start. Cavaletto laterale, chiuso.
Frizione, prima, seconda, terza, quarta.
A volte io non sono qui, sono altrove.
Terza, seconda.
Non saprei dire dove ma lontano.
Terza, quarta, quinta.
Posso quasi vedermi dall’alto, in una sorta di inquadratura cinematografica.
Un minuscolo insetto nell’alveare, intento a ricoprire il suo ruolo con dedizione e determinazione.
Quarta, terza, seconda, folle. Piede a terra.
Ma per cosa? Briefing, proattività, sinergia, aggressività sul mercato, project management, assessment e delivery.
Frizione, prima, seconda, terza, metti la freccia stronzo, quarta, quinta.
Nel posto in cui vado il cancro non esiste. Soltanto una mente perversa potrebbe dare origine ad una mostruosità del genere. In quel posto Dio è un’entità buona per cui il cancro l’ha risparmiato a se e agli altri.
Quarta, terza, spia della riserva.
Non ci sono decisioni da prendere, essere felici è nell’ordine naturale delle cose.
Forse perché non penso molto quando sono là. Il mondo mi passa davanti ed io lascio scorrere i pensieri come uno spettatore distratto che tiene la tv accesa a fargli compagnia mentre mette in ordine.
Seconda, prima, folle. Piede a terra.
Già, metto in ordine. Queste escursioni altrove mi servono per mettere in fila i pensieri, scremare quelli troppo nocivi, filtrare le scorie. Ogni tanto serve, ogni tanto devi chiamare il timeout o gli schemi saltano.
Frizone, prima, seconda, terza, ruota sulla mezzeria, 6000 giri, 7000, quarta, 6500.
In quel posto dove vado ogni tanto, il pensiero serve solo a coordinare i movimenti, a ingranare le marce e a dosare gas e frizione o semplicemente a mettere un piede davanti all’altro.
Niente di più. Niente di doloroso, niente paure e niente dubbi, né rimorsi né rimpianti.
Terza, seconda, prima, folle. Cavalletto laterale, aperto. Stop, chiave.
La ricreazione è finita.
giovedì, settembre 25, 2003
Ora mi sento meglio
Stamattina ho letto una notizia veramente fondamentale che vorrei condividere con voi.
L'evento era nell'aria da tempo e l'ansia per l'attesa si era ormai dipinta sui volti di tutti gli italiani. La si poteva riconoscere nell'espressione del giornalaio, del controllore sull'autobus o della vecchina al mercato. Tutti attendevano con trepidazione una conferma o una smentita, un dettaglio o un'indiscrezione seppur minima su un avvenimento che cambierà le nostre vite.
Ebbene, finalmente il giorno è giunto... Emanuele Filiberto di Savoia sposa Clotilde Courau.
Vi sentite meglio vero?
Il rito sarà celebrato alle 17:00 a Santa Maria degli Angeli a Roma e sarà officiato dal cardinale Pio Laghi, ex nunzio apostolico e cardinale patrono del Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di Malta. Leggo anche che gli sposi hanno scelto, cito testualmente, "una marcia per organo di C. W. Gluck per l'ingresso di Emanuele Filiberto, un allegro maestoso per tromba e organo di A. Corelli per quello della sposa. L'uscita dei neosposi sulle note di un allegro di Henry Purcell per tromba, archi e organo". Si può anche scoprire sui giornali di oggi che il cugino Amedeo sarà assente e che "nascosto nel taschino dello sposo, pare ci sia un fazzoletto bianco e nero pronto a essere sventolato in segno di promessa di eterno amore per la Juventus".
Ma ecco che, dulcis in fundo, il principe Eamanuele Filiberto fa la dichiarazione che in fondo al cuore ogni italiano sognava di sentire:
«Avrei potuto dire sì in una chiesetta della Svizzera o della Francia, ma perchè privare la gente che mi vuole bene di uno spettacolo commovente?».
Beh, signore e signori so' cose belle. Di fronte a tutto ciò, le parole sgorgano spontanee dal profondo del mio cuore:
cosa
stracazzo
me
ne
può
fregare?!!!
Ma come diavolo credete che siano ridotti gli italiani per passargli queste notizie su giornali, telegiornali e portali di informazione?!!! Ma ci avete preso per una sessantina di milioni di cerebrolesi?! Gossip?! Ma che parola è?! Perché a questo punto non mi raccontate che Pestalozzi Gino stamattina si è tagliato facendosi la barba con un rasoio Gilette Mach III?! Oppure che l'amministratore di condominio del palazzo che sta di fronte alla stazione di Zagarolo ieri è andato di corpo mostrando gravi sintomi di stitichezza?! Sono notizie queste? Come dite? Curiosità?! E io pago il canone TV (povero stronzo direte voi) per sentirmi dire che il cugino Amedeo non potrà essere presente?!
Perché già che ci sono, oltre alla nota di colore del fazzoletto bianco e nero della Juve, non ci raccontano di come il simpatico re, bisnonno dello sposo, ci ha smerdato di fronte al resto del mondo con l'atto di vigliaccheria che ancora adesso il resto d'Europa ci rinfaccia appena ne ha occasione?
Evviva gli sposi.
mercoledì, settembre 24, 2003
So che non si tratta di una trovata originale ma proprio stamattina mi sono ritrovato a pensare alla famosa lista delle “cose per cui vale la pena vivere”.
Credo che tutti prima o poi ne abbiano stilata una personale.
Beh, questo è un breve estratto, più o meno serio, dalla mia (l’ordine è semplicemente dettato da come mi vengono in mente e non indica priorità):
1) Fare un volo in parapendio.
2) Ricevere l’abbraccio di un bambino che ti corre incontro felice.
3) La Nutella.
4) Correre in moto all'alba, su una strada che costeggia il mare, ascoltando in cuffia “Brown Sugar” dei Rolling Stones (ovviamente a palla).
5) I ravioli ricotta e spinaci.
6) Spegnere la sveglia il sabato mattina ed accorgersi che ci si era dimenticati di disattivarla e si hanno ancora almeno 3 ore di sonno davanti.
7) Ricevere un aumento inaspettato.
8) Superare l’esame di Reti Logiche mantenendo le proprie facoltà mentali.
9) Rossi che dà 8 decimi a Biaggi in un quarto di giro.
10) Sentire il corpo di una donna che si addormenta contro il tuo e pensare che, tutto sommato, non ti occorre altro.
Logout.
lunedì, settembre 22, 2003
Sergio mi accompagna ormai da circa venti anni con la sua musica e non credo ci siano parole più azzeccate per descrivere questo primo lunedi di autunno.
Bimba se sapessi...
Idrofobina vegetale
bevo per dimenticare il mal di mare
viscerale
che questo mondo mi dà.
Respirazione artificiale
per resuscitare il vecchio buon umore
fai il favore
non criticarmi perché
è sempre più difficile
tirare avanti questo show,
mi fanno male i piedi
a furia di ballare
un pediluvio nel tuo cuore
mi concederò.
Bimba se sapessi che monotonia
tutte quelle balle sulla fantasia,
guarda che mestiere che mi tocca fare
io con questa faccia
e il mio passato da dimenticare.
Bimba non è un caso di nevrastenia
puoi denominarlo spreco d'energia
tutta la fatica che mi tocca fare
solo per riuscire a galleggiare
in questo pazzo mare.
Abito qui perché non sali
ho una collezione di medicinali
e due bicchieri
e avanzi del pranzo di ieri.
Ci sono tante sfumature
anche nel colore delle scottature
le abrasioni
che questa vita ci fa.
Mentre inesorabili
tiriamo avanti questo show
ho un forte mal di testa
a furia di sgolarmi
con un tuffo nel tuo cuore
mi rinfrescherò.
Bimba se sapessi che monotonia
tutte quelle balle sulla fantasia,
guarda che mestiere che mi tocca fare
io con questa faccia
e il mio passato da dimenticare.
Bimba non è un caso di nevrastenia
puoi denominarlo spreco di energia
tutta la fatica che ci tocca fare
solo per riuscire a galleggiare
in questo pazzo mare.
[Bimba se sapessi, Sergio Caputo 1983]
giovedì, settembre 18, 2003
MOTOCICLISTI
(sottotitolo: il peggio di noi)
Ogni motociclista che si rispetti (vedasi post di luglio) prima o poi prende parte alla fatidica uscita in gruppo.
In queste goliardiche occasioni i membri della suddetta specie animale si riuniscono in branchi formati da una mezza dozzina di esemplari, ciascuno dei quali si presenta munito del proprio ferro tirato a lucido e fresco di messa a punto (anche se giurerà il contrario).
La livrea di ciascun individuo varia in funzione di fattori climatici ma soprattutto sociali esattamente come avviene per altre specie quali il pavone, il mandrillo e il pappagallo cacatua.
Si va dalle giacche iper-tecnologiche in kevlar-goretex-alluminio-carbonio fino alle tute in pelle di delfino con inserti in titanio (che in confronto il campionato MotoGP è un raduno del dopolavoro) passando per i "poveracci" come me che girano in jeans e giubbotto in cordura senza troppi complessi.
L'appuntamento per la partenza viene fissato il più delle volte in luoghi che si prestano all'uopo (gettonatissima la stazione di servizio) ed è qui che si tiene la prima tappa del raduno: lo studio.
Dicesi "studio" la fase di valutazione da parte del motociclista delle potenzialità altrui consistente nell'analisi scientifica del mezzo di ciascun partecipante. Si valutano con attenzione (ma discretamente) fattori quali modello e anno, gomme adottate, modifiche all'assetto e presenza di accessori rigorosamente fuorilegge quali scarichi liberi e pneumatici oversize. Tutti particolari che contribuiscono a farsi un'idea del livello di competitività degli "avversari".
Si, perché non dovete dare retta a quelle storie del giretto tranquillo, della passeggiata in moto ed altre ipocrisie del genere. Il motociclista, dal momento in cui indossa il casco, sfila il cervello e lo posa sul comodino regredendo automaticamente all'età di 16 anni nel momento stesso in cui il suo deretano entra a contatto con la sella. E' un dato di fatto, ammettiamolo.
La partenza è di solito piuttosto pacata (il tempo di scaldare per bene motore e gomme) e può risultare fuorviante rispetto a ciò che accadrà di lì a una mezz'ora.
In questa fase alcuni individui fingono un'esasperata familiarità con il mezzo guidando con la mano sinistra sul fianco ed aggiustandosi casco, giubbotto o tuta in pelle seguendo complessi rituali scaramantici alla Valentino Rossi. Appena usciti dal raccordo anulare, tuttavia, quando il verde comincia a diventare predominante le cose cambiano bruscamente e il rincoglionimento s'impadronisce improvvisamente del gruppo.
Il primo figaccione, con la scusa di superare un'ingombrante utilitaria colpevole di occupare abusivamente la pista, spalanca il gas tentando una fuga stile Palio di Siena.
Ed è la fine.
Uno alla volta gli altri partecipanti si lanciano all'inseguimento fingendo dapprima disinteresse per la cosa per poi ritrovarsi, una ventina di chilometri oltre, schiacciati contro il serbatoio alla ricerca della migliore aerodinamica.
Dopo aver affrontato curve ad andature indecenti (di quelle che arrivato a metà pensi "ce la faccio! ce la faccio! non ce la posso fare!"), evitato autovelox che altrimenti avrebbero rivelato velocità da pene corporali ed assistiti dall'alto dallo spirito benevolo di Joey Dunlop i nostri arrivano finalmente al punto di ritrovo.
Qui, il primo arrivato (o dovrei dire "classificato") aspettando l'arrivo degli altri, si spoglia in tutta fretta di casco, giubbotto ed accessori vari sistemandosi in una posizione che faccia pensare ad uno che aspetta da tempo immemorabile.
Fra gli ultimi, ovviamente, arrivano quelli come me che avendo raggiunto gli "-enta" con il loro cancello (dicesi di moto degna di rispetto ma piuttosto datata n.d.r.) preferiscono continuare a vivere almeno fino a vedere come sono gli "-anta".
Dopo le inevitabili prese per il culo, per lo più benevole, da parte del terzetto di testa, il tutto finisce con una allegra abbuffata (all'insegna del bon ton) presso la trattoria locale dove, per non finire a parlare solamente di moto ci si lascia andare a divagazioni sull'unico altro argomento ritenuto valido: le donne.
Gentaccia sti motociclisti.
mercoledì, settembre 10, 2003
... e si è messo a morire piano, con la cicca in bocca, chino sulla sua scacchiera.
< ... >
"Zio Stojil," ho detto stupidamente, "Stojil, Stojil, tu che mi avevi giurato di essere immortale!"
LUI: E' vero, ma non ti ho mai giurato di essere infallibile.
IO: ...
LUI: ...
IO: ...
LUI: Del resto io non muoio, arrocco.
(Signor Malaussène, Daniel Pennac)
lunedì, settembre 08, 2003
"Incontrarsi e separarsi è il movimento unico e necessario con cui si traccia il nostro passaggio nel vuoto"
(Baolian Libro II, v 184)
Oggi ho la verve di un bradipo e l'entusiasmo di uno che deve fare una rettoscopia. Sarà il tempo.
La pioggia mi ha costretto a rinunciare alla mia cavalcatura metallica e questo è già di per sé un elemento che influisce negativamente sul mio umore.
Il proverbio baol riportato sopra mi è venuto in mente dopo aver citato in modo così asciutto lo splendido Baol di Stefano Benni nel post precedente (dimostrando senza appello tutta la mia pigrizia creativa).
E' proprio vero, le nostre strade si incrociano, alcune corrono parallele per un pò per poi divergere, altre si intrecciano in modo irreversibile continuando a correre verso un punto lontano.
Per andare dove? Chi ha parlato di destinazione?
Movimento unico e necessario.
"Sto qua e ascolto il pianista. Sono all'ultimo tavolo a sinistra in fondo. Se non vi piace lo spirito del tempo, se vi piacerebbe conoscere la filosofia baol, se non riuscite a dormire o se state dormendo, venite. Mi riconoscerete subito: ho un tatuaggio a forma di fiocco di neve sulla mano. Starò qui fin a quando il pianista suonerà.
E finché ci sono io suonerà."
(Baol, Stefani Benni)
mercoledì, settembre 03, 2003
Il tramonto è imminente.
La luce sta cambiando e con essa il paesaggio che ho di fronte. La minuscola spiaggia incastonata in una cornice di granito di Gallura è completamente deserta e quasi senza accorgermene sono già con i piedi nell'acqua.
Sembra quasi di sentire ancora l'eco in lontananza della piccola folla di invasori che fino ad un paio d'ore fa occupavano questo spazio. Allegri schiamazzi di bambini scalmanati ed urla di genitori apprensivi, radio FM che passano "Chihuahua" a ciclo continuo e vari altri elementi di disturbo.
Ora ci sono solo io, il mare di un blu assoluto ed il cielo sopra di me.
Già, perché a quest'ora la trasparenza dell'acqua viene meno ed il mare si rivela per quello che è, un'immensità blu al tempo stesso attraente ed inquietante.
A circa duecento metri scorgo la mia mèta, un ammasso di granito di una ventina di metri di diametro perfettamente levigato dal mare e dal Maestrale che qui soffia 365 giorni l'anno.
Nella mano destra ho la maschera ed il boccaglio mentre con la sinistra comincio a bagnarmi il petto e la schiena per non soffrire troppo dello sbalzo di temperatura.
Pochi istanti e sono in acqua. Silenzio. La luce scarsa è comunque sufficiente ad illuminare il fondale multicolore e la distesa di alghe che ondeggiano lente.
Nuoto senza fretta verso il largo lasciando che in alcuni tratti le alghe mi sfiorino timidamente.
C'è qualcosa di affascinante nell'immergersi al tramonto. Una specie di tregua concessa dagli invasori di superficie al mare ed ai suoi abitanti.
Se sulla terra ferma la vita rallenta, in mare la vita comincia al tramonto.
Ho la mente sgombra, i miei pensieri li ho lasciati a riva e quasi non mi rendo conto di essere già arrivato. La roccia è lì di fronte a me e dopo qualche tentativo, ostacolato dalla corrente, riesco a salire.
Il vento è notevole e, bagnato come sono, non è proprio il massimo ma va bene così. Mi guardo intorno rabbrividendo un pò e capisco meglio perché sono venuto fin qui.
Se mi volto verso il mare aperto ogni traccia dell'intervento umano sparisce e rimane solo questo paesaggio splendido e primitivo in confronto al quale l'uomo è solo una spiacevole parentesi fra le ere geologiche.
Osservo per un pò la mia ombra impressa come un graffito sul granito ormai rosa alla luce del tramonto.
E' il mio modo di congedarmi da questo posto, qualcuno che amo ha bisogno di me. E' tempo di tornare a casa, lontano da qui, nella terra degli uomini.
L'acqua mi accoglie di nuovo in un tiepido silenzioso abbraccio mentre nuoto verso la riva.

