Fahrenheit 451

mercoledì, ottobre 29, 2003 

Gocce di pioggia sui vetri.
Le mie gambe sembrano liquide e non sono sicuro che siano in grado di sostenermi.
Per ora meglio rimanere seduto. L'acido lattico farà il suo dovere nelle prossime ore.
Passata la pioggia e con lei la tensione. Quante volte ho provato questa sensazione dopo aver chiesto il massimo, dopo aver raggiunto l'apice della concentrazione e dello sforzo.
Per non sbagliare, per non entrare in un vicolo cieco con le tue stesse parole, mantenere il controllo della situazione, dimostrarti all'altezza e non mostrare il fianco.
L'eccesso di adrenalina che ti scorre nelle vene ti altera impercettibilmente i lineamenti (altro che collagene), ti cambia l'odore del sudore, prepara i muscoli per uno sforzo esplosivo che non arriverà mai perché non muoverai un dito ed il massimo dell'attività fisica che farai sarà camminare lentamente avanti e indietro di fronte ad un pubblico di ascoltatori.
Gente che non ce l'ha con te ma che ti studia, ti valuta, è pronta a stimarti o a coprirti di letame.
E tu studi loro, occhi, abbigliamento, taglio di capelli, accento, timbro di voce. Li classifichi, cerchi di prevederli e giochi le tue carte.
Gli esami non finiscono mai. Sacrosanto.
Tu sai che ci sono cose molto più importanti, lo sai bene, talmente bene che ogni giorno la vita si prende la briga di ricordartelo quando entri in quell'ospedale con il cuore stropicciato e tutto quello che riesci a dire è "ciao, come ti senti oggi?".
Ma non puoi cambiare la tua natura, non riesci a fregartene anche se sai che potresti, che sei autorizzato.

Ascolto "Build" dei dimenticati Housemartins e mi passano davanti tramonti di mare e una decappottabile bianca e jeans tagliati corti e sfilacciati e denti bianchi su visi abbronzati ed amici fraterni dimenticati.
Resterò ancora un pò qui seduto a contare le gocce su quel vetro.
Poi si vedrà.

Gambe liquide.













postato da centauro 18:13 | plink | commenti (2)

E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.

[G. D'Annunzio]













postato da centauro 16:49 | plink | commenti (1)

lunedì, ottobre 13, 2003 

Caldo.

Sulla t-shirt verde d'ordinanza ho ormai disegnato la mia Sindone personale e l'eco dei miei passi carrozzati dagli anfibi mi accompagna per i corridoi.
Il piantone diurno seduto sul suo banchetto è crollato con la faccia appoggiata alla rivista porno che stava sfogliando.
La bocca socchiusa con relativo rivolo di saliva gli conferisce un aspetto molto poco marziale.
Apro e richiudo rumorosamente la porta della fureria senza che la cosa turbi minimamente il suo sonno fatto di ninfomani e rassicuranti ricordi di casa.
La stanza è sempre la stessa da nove mesi o giù di lì.
Soffitti di 5 metri, arredamento militare anni '60 fra il minimalista e il fatiscente, vista sull'immenso cortile e la patria bandiera.
Preparare il contrappello, la mia croce quasi quotidiana. Passare in rassegna il manipolo di disperati, scoglionati, raccomandati, pregiudicati e chi più ne ha più ne metta, che popolano questo posto.
Presenti, assenti, ricoverati e fuggitivi. Ormai so tutto di loro.
Della maggior parte ricordo a memoria nome, cognome, data e luogo di nascita, scaglione, mansione e numero di branda. Insomma tutto ciò che occorre per compilare licenze e permessi.
Tutto ciò che ha un senso qui dentro.

Lui - Ueh! furiere bello, pozz' trasì?
Io - Ormai sei entrato...
Lui - E nun fa o' scucciate, furié. T'agge a chiede nu piacere.
Io - Nicola, ce ne sono altri 150 che vengono a rompere i coglioni nell'arco della giornata. Permetti che possa essere un tantinello scocciato?
Lui - Azz' nun t'agge chieste ancora nient' e già me stai cazzianne!
Io - Vabbé Nicola che ti serve? I servizi li devi fare come tutti gli altri, mettitelo in testa. E poi non siamo noi a decidere, i servizi li fa il capitano...
Lui - Furié, io o' sacce ca i servizi i facite vui e no chella capa e mmerd' ro capitane... Megl' accussì, sinnò chillu strunz me facive murì facenne a guardia.
Io - ...
Lui - Mé a fà n'ate piacere furié...

Diciotto anni e mezzo, gracilino, statura medio bassa, indossa una canotta della salute bianca a costine e un paio di slip con l'elastico allentato.
A guardarlo così non si direbbe ma la sua fedina penale farebbe rabbrividire la banda della Magliana.
Diciamo che nonostante la tenera età, fra ciò che ha fatto da minorenne e ciò che ha avuto il tempo di fare prima di arrivare qui ce n'è per dar lavoro ad un intero studio legale. Sentirlo parlare, però, può fornire qualche utile indizio.
Il poco più che bambino, infatti, fuma tre pacchetti e mezzo di Marlboro rosse al giorno ed ha cominciato a dieci anni.
Le sue corde vocali sono così compromesse da conferirgli una voce a metà fra l'esorcista e la buonanima di Sandro Ciotti con la raucedine.
Ascoltarlo fa venire i brividi.
In molti gli anno detto "Nicò, di questo passo a quarant'anni non avrai più un centimetro quadrato di polmoni".
Immancabile la risposta: " E che me ne fott'? Mica agge a campà quarant'anne!"
Non fa una piega.
Uno così ha una speranza di vita estremamente bassa.
Uno così a diciotto anni e mezzo è capace di darti una pacca sulla spalla o infilarti un tagliacarte nelle budella senza cambiare espressione.

Io - Che genere di piacere?
Lui - Agge ricevute 'na lettera...
Io - Bene, congratulazioni, so' cose belle. Adesso ho da fare Nicola, ho solo un'ora per preparare questo fottuto contrappello e registrare quei quattro sfigati che hanno trasferito stamattina e...
Lui (sforzandosi di parlare italiano) - Mi devi leggere la lettera...
Io - Ma che ca... ma proprio qua dovete venire?! Ma non te la puoi leggere da solo invece di venire a rompere i...

No, non se la può leggere da solo. Ed io sono un coglione.
Forse fa troppo caldo, forse mi manca così poco per andarmene di qui, forse ne ho viste troppe in questi mesi.
Forse questo posto è quasi riuscito ad abbrutirmi.
Poso il brogliaccio e la penna che ho in mano e mi siedo.

Io - Ok, vediamo questa lettera... chi se ne fotte delle registrazioni.

Lui estrae un foglio spiegazzato che teneva dietro la schiena reggendolo con l'elastico degli slip (come si usa ad Oxford) e me lo porge.
Ora, improvvisamente, davanti a me c'è un ragazzo di diciotto anni e mezzo, i suoi occhi fissi su di me, i miei fissi sul foglio che è piegato in quattro e sembra essere stato aperto e richiuso un migliaio di volte.
Fino a un minuto fa avrei voluto che si togliesse dalle palle ed ora mi ritrovo a sperare che in quella lettera ci sia roba tipo "mi manchi tanto" o "tvtb" anche se probabilmente si parlerà di appelli, ricorsi e patteggiamenti.

Comincio a leggere ad alta voce.
Fa caldo.











































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