giovedì, novembre 27, 2003
La radio passa roba buona, roba a cavallo fra gli '80 e i '90.
Per sentirla, coprendo il rumore del motore, ho dovuto alzare il volume oltre il ragionevole.
Se vi è capitato di lanciare una Panda 30 oltre i 100 Km/h carica di tre anime e di tutto quello che occorre per garantirne la sopravvivenza per due settimane, beh, sapete cosa significa il rumore.
Il bicilindrico da 650 cc raffreddato ad aria (no, non è una moto è una Panda) frulla come un phon rivolgendo insulti irripetibili a me ed al mio piede sull'acceleratore.
Mortacci tua, sembra che dica. Ma va avanti e non ci molla per strada.
Le tre anime al suo interno sono anime leggere, anime di ragazzi con il sole negli occhi diretti a Brindisi e da lì in Grecia.
Non parlano, non hanno niente da dire perché non hanno bisogno di parole.
Si conoscono, si intuiscono con uno sguardo e non ci sono silenzi da riempire fra loro.
Parleranno, quando ne avranno voglia e quando avranno qualcosa da dirsi.
La strada è di una monotonia mortale, striscia di asfalto così dritta da riuscire a vedere i prossimi cinque km e costeggiata da ulivi arsi dal sole di quest'estate implacabile.
La mèta è vicina ma se non facciamo una pausa rischiamo di perdere qualche componente del manipolo a causa dell'afa o della frantumazione dei testicoli.
Ok, ci fermiamo, basta dirlo.
Il paese non è esattamente un'oasi ma se voglio evitare un ammutinamento la sosta si impone.
Il benvenuto ce lo da un uomo a bordo di una 124 bianca, sulla corsia opposta, che porta a spasso un cavallo tenendolo per le briglie con il braccio fuori dal finestrino.
Occhi che ci scrutano da dietro le imposte, da porte socchiuse e donne che entrano in casa al nostro passaggio portandosi dietro i bambini.
Vecchietti seduti con il bastone in mano, cappello e giacca grigia spigata anche in agosto ci osservano dalle fessure dei loro visi raggrinziti ruotando la testa al rumoroso passaggio della Panda. In bocca la stessa sigaretta dal '43 lasciata penzolare distrattamente mentre giocano a carte.
Roba d'altri tempi, roba da far west.
Poi leggiamo il nome del paese e capiamo qualcosa in più.
Gabriele ricorda bene il nome, è quello di un paese noto per il contrabbando.
Oserei dire famoso.
Meglio fare una sosta un pò più in là, è più salutare.
Raggiungiamo il mare e la Panda si ferma.
L'azzurro è intenso, assoluto.
Non c'è sabbia ma solo scogli bassi a pelo d'acqua per una trentina di metri.
E vento, un vento caldo ed impetuoso sotto il sole cocente.
Mentre ci sgranchiamo le gambe facciamo qualche passo sugli scogli e notiamo una miriade di pezzi di plastica colorata sparsi ovunque.
Poi un vecchio cartello inclinato poco distante che ammonisce "Attenzione: tiro al piattello".
Bene, grazie, ancora 10 minuti e togliamo il disturbo.
Siamo di nuovo in silenzio in mezzo a quel deserto.
Guardiamo in tre direzioni diverse con il vento che sembra volerci strappare i vestiti di dosso.
Gabriele guarda il mare a sud, il ciuffo di capelli biondi gli copre parte del viso mentre è in piedi sugli scogli.
Non sa ancora dei sofferti anni di studio che lo attendono, dei cambiamenti nella sua famiglia e di come ci perderemo senza rendercene conto.
Paolo è accanto ad una fontana, incredibilmente posta in mezzo a quel deserto di polvere, mare e resti di piattelli colpiti e frantumati.
Il getto d'acqua sembra prendersi gioco della gravità per come sgorga orizzontale a causa del vento.
Paolo non sa ancora che ci abbandonerà prima della fine di questa vacanza, non sa della vita che si costruirà, del Piemonte che lo vedrà straniero e del padre che sarà.
Infine io.
Io che guardo il mare di fronte a me con le mani nelle tasche dei jeans tagliati.
Io che non so nulla degli amori, del dolore, delle conquiste e delle perdite che mi attendono.
Noi tre che non sappiamo, noi tre amici, noi tre leggeri, noi tre con un'avventura davanti e nient'altro.
Leggeri.
mercoledì, novembre 12, 2003
Ieri mi è tornato in mente Alberto.
Era il 1980 e Parigi era veramente la "ville lumière".
Ricordo i colori, il mercato dei fiori, le guardie canadesi davanti al Crazy Horse, le radio che passavano allucinanti classici francesi suonati da virtuosi dell'accordeon (o fisarmonica che dir si voglia), il piazzale del Trocadero, le Musée de l'homme con le sue meraviglie ed i suoi macabri reperti di civiltà passate, il negozio di animali vicino alle Galeries Lafayette in cui acquistammo, o meglio adottammo, il primo autentico amico che la vita mi ha fatto incontrare e che ha camminato al mio fianco per tredici anni.
Ricordo una Parigi vista da un bambino, occhi sgranati di fronte alle luci, ai suoni, alla "grandeur" di una città che poteva tutto, offriva tutto e molto più di quanto un bambino di 9 anni potesse immaginare.
Sono cresciuto "dentro" Parigi, nel suo ventre, piccolo italiano accolto da quel mondo di luci e colori. Fa parte di me, ce l'avrò dentro fino alla tomba.
Ricordo persone anche, in modo così vivido da tradire la mia percezione del tempo passato.
Fra quelle persone visi di bambini come me.
Non esattamente come me a dire il vero, perché io avevo una famiglia unita, genitori che mi proteggevano dal mondo, che con il loro amore filtravano per me le ombre della "ville lumière", il lato oscuro della vita.
Di Alberto ho un ricordo molto dettagliato, in testa una nuvola di capelli ricci, denti sporgenti come molti sudamericani, e sandali ai piedi anche d'inverno.
Era argentino Alberto ed era fuggito con la madre e la sorella dalla sua amata terra.
Amata, si, perché anche quando si è bambini si può sentire l'appartenenza, le radici sradicate come nervi scoperti, strappate da una terra che è la tua e nella quale Saavedra è diventato un cognome pericoloso.
Aveva occhi di bambino come i miei, sgranati davanti alle luci, davanti alla vita.
Ma i suoi occhi erano lì quando quella "camioneta", come diceva lui, era entrata nel cortile della villa, erano lì quando quegli uomini avevano trascinato il padre fuori di casa e gli avevano sparato un colpo in testa.
I suoi occhi avevano visto. Ogni cosa.
Allora immagino che le luci per lui non fossero così luminose dopotutto, la "ville lumière" era un posto come un altro dove fuggire, lontano, via dall'orrore, via dalla follia degli uomini.
Ricordo che quando giocavamo insieme rideva forte.
Ciao Alberto
lunedì, novembre 03, 2003
Il nano è lì, sotto l'occhio di bue.
Capelli radi e fondi di bottiglia, il suo aspetto grottesco catalizza lo sguardo dei presenti.
Qualcuno tossisce imbarazzato, qualcuno sbadiglia, altri mostrano un interesse quasi scientifico per lo sgorbio-musicista.
Il nano è sempre lì, non si è mosso o se lo ha fatto si è trattato di un moto impercettibile.
Un fremito forse, il movimento discreto di un corpo fragile e minuto di fronte a quell'imponente massa di legno, avorio, feltro e metallo.
La luce del proiettore rivela una nube di fumo leggero che confonde i contorni del nano con quelli dello sgabello dal quale pendono, abbandonate, due tristi scarpette ortopediche.
Compassione. Pietà.
Poi, senza preavviso, accade.
Le mani del nano si sollevano e si posano decise ma lievi sulla tastiera.
In quel preciso istante ogni cosa trova il suo posto e l'incastro perfetto fra anima e strumento si completa.
Le note si levano delicate ma potenti saturando l'ambiente e scuotendo i cuori.
Ad un tratto, la statura non ha più senso, così come il dolore, lo scherno, gli amori impossibili.
"Hei nano, sei scappato dal circo?"
Quei giorni sono ormai lontani, quelle umiliazioni non possono toccarlo perché il nano, ora, è un tutt'uno con il piano.
Per fare certe cose occorrono mani da pianista, si dice.
Anima, risponde il nano, anima.
E lo fa senza parlare, anticipando o ritardando le note sulle battute con una naturalezza disarmante, facendo scorrere quelle mani goffe ed assurde lungo la tastiera come se fosse la cosa più facile del mondo.
Perché il nano è un jazz man e quel pianoforte, dopotutto, è solo una cassa di risonanza che amplifica un'anima immensa intrappolata in uno scrigno troppo piccolo.
Le ultime note colgono impreparati gli spettatori che, ormai rapiti, impiegano qualche istante per riprendersi e lasciar scoppiare un'applauso incontenibile che sembra non finire mai.
Ma il nano lo sa bene, quando quell'applauso si spegnerà l'incantesimo finirà con lui e non si fa illusioni.
Si volta lentamente, porta la mano destra sul cuore e lo porge al pubblico.
Dedicato a Michel Petrucciani (1963-1999)

