venerdì, dicembre 26, 2003
Il venditore abusivo che mi travolge con le sue buste di plastica non mostra alcuna sensibilità per le ore che ho già trascorso in piedi su questo treno di merda.
"Acqua minerale, panini, birra e coca... acquaaaaaa"
La sua cantilena la conosco a memoria, è come una formula magica.
Sempre quella da anni.
Immutata dopo decine di migliaia di chilometri.
La stessa nonostante i milioni di traversine che il ventre di questo treno ha visto sfrecciare sotto di sé.
A volte mi viene voglia di fermarlo e chiedergli come sta, se a casa stanno tutti bene, se i suoi figli campano decentemente con l'acqua minerale, i panini, la birra, la coca e... l'acquaaaaaa che riesce a vendere.
Già, a volte mi viene voglia di fermarlo e chiederglielo.
C'è tutto un mondo che vive sui treni oltre al personale di bordo. C'è tutto un mondo.
Ci sono i sieropositivi fasulli e i sieropositivi autentici (che giustamente si incazzano e invitano a diffidare delle imitazioni).
Ci sono i ragazzi che vendono le penne e i taccuini che "vi accattate una cosa utile e fate campare pure a noi".
C'è il ragazzo con handicap mentale che vende i santini della Madonna alla stazione di Pompei che dice "scusate, accattateve a Maronn' ca i' so' sceme" ma se non gli compri il santino ti manda a fare in culo esattamente come un normodotato.
C'è quello che sono almeno un paio d'anni che il giorno prima è stato derubato ed ha trascorso la notte nella stazione di Napoli e "signori credetemi, non lo augurerei nemmeno al mio peggior nemico" e poi " i soldi mi servono per fare il biglietto del treno per andare a disintossicarmi a S. Patrignano".
Ormai quando lo incontro, prima che cominci a parlare, gli dico solo quattro parole: "peggior nemico, biglietto, S.Patrignano", lui capisce e prosegue lungo il vagone. Non se la prende nemmeno, è un tipo sportivo.
Poi ci sono gli zingari che di volta in volta aggiornano la loro storiella: prima provenivano da Sarajevo, poi sono passati al Kosovo e al Kurdistan per finire con la Cecenia. Se non altro in Italia c'è qualcuno che legge i giornali.
C'è tutto un mondo dicevo. Tutto un mondo.
Poi ci sono le anime viaggianti e sono centinaia ogni volta.
Viaggiano per raggiungere qualcuno o fuggire da qualcuno, per lavoro, per consuetudine o dovere coniugale, per piacere o per amore.
Già, l'amore, in tutte le sue forme.
Non mi stanco mai di osservarli, di ascoltarli.
Hanno mille storie da raccontare, storie semplici di sentimenti semplici, storie vere, storie fasulle anche, ma che importa?
Fra panini con la frittata, appunti di filosofia e gazzette dello sport ci sono occhi che raccontano un viaggio, che raccontano una vita.
Gli occhi di un militare in cui puoi leggere gli abbracci che lo aspettano, il desiderio di svegliarsi alle 11 del mattino con il caffé di mamma, le scenate di gelosia ed i baci rabbiosi della fidanzata, la soppressata fatta in casa.
Gli occhi di una donna con un libro in mano, forse un'insegnante, dove si riflette la disapprovazione di chi le aveva detto di non andare così lontano da casa, gli affetti che ha perso e quelli che sa di ritrovare, il coraggio che deve dimostrare ogni volta per guardare in faccia i suoi e dire "si, a quarant'anni sono ancora single e allora?!".
Gli occhi di un pendolare riflessi nel finestrino a fissare la notte ed ogni casa che sembra somigliare alla sua e bambini in pigiama che forse saranno ancora svegli quando arriverà ed una moglie stanca morta con i capelli arruffati che farà appello a tutte le sue forze residue per regalargli un sorriso e baciarlo. "Com'è andato il viaggio?".
Gli occhi di chi sa che "non ce la faccio a continuare così" ma sanno anche che "non lascerà mai sua moglie" e che vivere a metà è sempre meglio che non vivere affatto.
Occhi, quanti occhi su questo ammasso di ferro, desideri, luci e frastuono.
E quante anime.
La vera energia che muove i treni non è quella elettrica, ne sono convinto.
I treni vanno a nostalgia.
Proprio così, sui tralicci scorre la nostalgia.
Che sia di una casa, di una donna, di un uomo o di un cane, nostalgia di una moto, di un cortile, di un albero o di una montagna.
Nostalgia di noi stessi.
L'acciaio dei freni urla nel buio con uno stridere che fa accapponare la pelle.
Dopo aver attraversato furiosamente la notte con il loro carico di cuori stanchi e sognanti, le centinaia di tonnellate dell'Intercity diretto a sud si ritrovano immobili nell'aria che sa già di mare.
Sollevo il bavero mentre salto l'ultimo gradino e muovo i primi passi lungo il binario, vento di salsedine sulla faccia.
Pochi minuti e del treno non rimangono che un paio di luci rosse che svaniscono nella notte seguite da uno strascico di polvere e cartacce.
"Acqua minerale, panini, birra e coca... acquaaaaaa"

