domenica, febbraio 29, 2004
[Jukebox]
Nulla riesce ad evocare ricordi con la stessa potenza e precisione della musica.
Riflettevo su questo.
Banale, lo so, come spesso sono le grandi verità.
Basta concentrarsi, ed è come uno di quei Wurlitzer degli anni '50, avete presente?
Una moneta per un pezzo di vita, una sensazione o un istante che è rimasto.
Un titolo per ogni ricordo.
Venditti - Cento città
Roma d'agosto, un Boxer2 del '77, jeans corti tagliati con le forbici, profumo di gelsomino.
Trastevere oggi sembra un paese.
Una radio accesa da qualche parte riversa note nei vicoli deserti.
L'insegna del ristorante "La parolaccia".
Due gatti dormono all'ombra di un cassonetto dell'immondizia.
Mi batte il cuore.
U2 - All i want is you
Alessandro, 16 anni, che mi mostra gli accordi.
Le mie dita un pò goffe, lui che sembra The Edge.
"Nun sò preoccupato, no... se nun c'è riuscita 'a leucemia a me chi m'ammazza?
La sai 'na cosa strana? M'hanno detto che quanno te trapiantano er midollo te pò cambià er colore dell'occhi.
Chissà... magari m'escono fori verdi"
Motorhead - Orgasmatron
Davide, mani sul pianoforte, mentre suona Kate Bush.
Ascolta di tutto lui, dal Trash-Metal alla musica sinfonica.
E poi Sergio col suo plettro di metallo appeso al collo ed i capelli rosso fuoco.
I miei appunti di Analisi II sparsi sulla scrivania.
Michel Petrucciani - Estate
Occhi chiusi e luce spenta. Un bicchiere di porto fra le dita.
Freddo e pioggia aldilà di quella finestra.
Eppure mi sembra di sentire il mare.
Note che parlano d'amore come poche altre.
Riesco a vederla.
Ha un pareo bianco che le avvolge i fianchi.
I suoi capelli mossi dal vento caldo mentre guarda lontano, oltre l'orizzonte.
Sono lontanissimo.
Lontanissimo.
Michel Sardou - Les lacs du Connemara
Diga del Delta. Davanti a me il mare e alle mie spalle, qualche metro più in basso, c'è l'Olanda con i suoi fiori, gli zoccoli e i mulini a vento.
Sono troppo piccolo per sapere che esistono anche il fumo e le prositute in vetrina.
Il vento è talmente forte e gelido che mi sono abbassato il cappello di lana fin sopra il naso e guardo attraverso i buchini fra le maglie.
All'orizzonte barche dalle vele nere come la pece solcano indifferenti un mare incazzato come pochi.
Sergio Caputo - Mercy Bocù
Non era cattiva in fondo.
Riflettendoci era colpa mia.
Già, riflettendoci.
E' sempre colpa tua quando rinunci alla tua dignità, sia pure per amore.
Ho smesso di amarla appena in tempo.
Appena in tempo.
Madonna - Like a virgin
Terza media, pulman, gita scolastica, piumini finto-Montclair, Levis 501, cinte El Charro.
"Chi è questa che canta?"
"Me pare che se chiama Madonna..."
"Come?!"
"Ma si... non l'hai visto er video? E' quella che canta co' la vocetta da ragazzina ma c'ha la faccia un pò da zoccola..."
"Ah..."
venerdì, febbraio 20, 2004
[Boogie]
"Due note e il ritornello era già nella pelle di quei due
il corpo di lei mandava vampate africane, lui sembrava
un coccodrillo...
i saxes spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga
e la canzone andava avanti
sempre più affondata nell'aria...
quei due continuavano, da lei saliva afrore di coloniali
che giungevano a lui come da una di quelle
drogherie di una volta
che tenevano la porta aperta davanti alla primavera...
qualcuno nei paraggi incominciava a starnutire,
il ventilatore ronzava immenso dal soffitto esausto,
i saxes, ipnotizzati... dai movimenti di lei si spandevano
rumori di gomma e di vernice, da lui di cuoio...
le luci saettavano sul volto pechinese della cassiera
che fumava al mentolo, altri starnutivano senza malizia
e la canzone andave elegante, l'orchestra era partita, decollava...
i musicisti, un tutt'uno col soffitto e il pavimento,
solo il batterista nell'ombra guardava con sguardi cattivi...
quei due danzavano bravi, una nuova cassiera sostituiva la prima, questa qui aveva occhi da lupa e masticava caramelle alescane, quella musica continuava, era una canzone che diceva e non diceva, l'orchestra si dondolava come un palmizio davanti a un mare venerato...
quei due sapevano a memoria dove volevano arrivare...
un quinto personaggio esitò prima di sternutire,
poi si rifugiò nel nulla...
era un mondo adulto,
si sbagliava da professionisti... "
Signore e signori... Paolo Conte
mercoledì, febbraio 11, 2004
Africa.
La macchia di umidità all'angolo del soffitto ha l'inconfondibile sagoma del continente nero.
Nero come cantava "Paraponziponzipò" Vianello.
Nero come i quattro mori bendati dello scudetto che porto sul braccio.
Nero come questa notte d'estate.
E' ora.
Dormire vestiti con anfibi, cinturone e spallacci non è il massimo del confort ma credetemi quando vi dico che alcuni dei sonni più gustosi della mia vita li ho fatti così, a braccia conserte su una branda.
Attraverso a passi lenti la camerata mentre la quasi totalità dell'ala sud è impegnata nel crescendo della Cavalcata delle Valchirie.
Concerto per 60 nasi e 20 adenoidi, esecuzione memorabile.
Il piazzale deserto in questa notte d'estate ha qualcosa di familiare ed inquietante al tempo stesso.
L'aria fresca che inonda i polmoni mi aiuta a riprendere conoscenza mentre il mosaico di un granatiere alto come un palazzo di due piani sembra indicarmi la direzione con il braccio teso.
Elmetto della prima guerra mondiale, cappotto e polpacci fasciati sopra gli scarponi, il granatiere e i suoi muscoli contratti impresso su quel muro enorme, catturato nell'atto di lanciare una granata.
Sebbene la mascella volitiva, gli zigomi sporgenti e l'arcata sopracciliare tradiscano un'evidente nostalgia per il ventennio, non posso fare a meno di provare un certo affetto per quella figura.
Come il silenzioso custode di un mondo chiuso in se stesso guarda impassibile gli onori e le miserie di questo posto, con lo sguardo distaccato di chi ha già dato.
Di chi ha dato fin troppo.
Il corpo di guardia è circondato dalla luce bianca dei fari come uno stadio in miniatura e nei pochi passi che mi separano dall'ingresso afferro i brandelli dell'amabile conversazione fra l'ufficiale di picchetto ed un ragazzino vestito da soldato che porta in spalla un Fal 7,65 più alto di lui.
Il ragazzino in questione è una di quelle creature semplici e pacifiche che il Signore, nella sua infinita bontà, ha messo su questa terra perché costituiscano cibo e sollazzo per gli squali.
L'ufficiale di picchetto invece, nella fattispecie un maresciallo, appartiene alla categoria degli squali.
E se la sta godendo quella preda, la sta spolpando con gusto.
Si guarderebbe bene dal farlo con un paio di soggetti che dico io, gente che ti farebbe ritrovare le budella in mano senza aver capito come sia successo.
Già, se ne guarderebbe bene ma stasera ha trovato il suo trastullo e non si farà certo scappare l'occasione di qualche ora in allegria.
Sono davanti a loro ormai e quello sta gridando e sputazzando in faccia al soldatino facendosi affiorare le vene del collo.
Guardo l'agnello.
Mi spiace piccolo, non posso fare niente per te.
Guardo lo squalo.
E sulla mia faccia ci dev'essere una scritta al neon azzurro intermittente del tipo "mi fai pena".
In effetti qui dentro ho conosciuto ogni genere di persona, gente molto in gamba e gente decisamente mediocre, ma il nostro eroe rientra in una categoria a parte.
Sebbene sia convinto di essere un fenomeno di intelligenza, scaltrezza e potenza sessuale allo stesso tempo, egli possiede l'attività cerebrale di una pianta grassa.
A volte, tentando di ragionare con lui su questioni talmente infime da non meritare menzione, ho pensato seriamente che se avessi saputo di fare assistenza ai cerebrolesi avrei preferito farlo nel servizio civile.
Ma tutto questo non conta perché lui ha un grado e qui dentro, in questo mondo isolato come il Giappone medioevale, lui ha tutta l'intenzione di sfruttare ogni briciola di potere concessagli.
Senza dire una parola mi fermo davanti a lui e lo saluto battendo il tacco.
Di rimando lui sfodera uno dei sui sorrisi più furbi e compiaciuti.
"E brave o' pistolere, stanott' vetiamo di non tisturbaro che voglio tormire senza rotture di pall'..."
L'appellativo "pistolero" si riferisce con scherno alla Beretta calibro nove che porto al fianco, simpatico gadget assegnato per un giorno ai caporali sfigati a cui tocca fare il turno da sottufficiale d'ispezione al posto di qualche graduato che in quello stesso momento si starà accoppiando allegramente nel proprio letto o starà guardando qualche televendita in ciabatte e canotta a costine.
L'agnello approfitta del diversivo per allontanarsi discretamente mentre lo squalo, con occhietti avidi e veloci, è impegnato a ricercare una qualche irregolarità nella mia firma sul registro d'ispezione o nel mio basco fuori ordinanza.
Le luci del corpo di guardia si affiovoliscono alle mie spalle mentre cammino con passi stanchi lungo gli edifici di travertino.
Mi addentro nel buio poco alla volta lasciando che la mano scorra lungo il muro catturandone ogni asperità, incisione o traccia di muschio.
Per ricordare che è solo pietra, che sono solo uomini, che quest'aria notturna è la stessa che respira la gente là fuori.
La prossima firma è all'armeria.
E' una notte fresca, l'ho già detto?
venerdì, febbraio 06, 2004
Ho contato i suoi respiri uno ad uno.
Li ho sentiti farsi via via più deboli e lenti.
Fino all'ultimo.
L'ultimo che mi ha visto rimanere con le sue dita fredde strette nella mia mano.
L'ultimo respiro seguito da un dolore incontenibile, come ferro rovente che si fa strada nel ghiaccio.
Il ghiaccio di un'anima che la speranza ha abbandonato da tempo.
Dolore che squarcia il petto, dolore che nessun analgesico può placare.
E ad un tratto c'è meno luce tutto intorno ed un silenzio liquido mentre urlo senza emettere suono.
Oggi non ho più lacrime.
Nessuna fede a sostenermi.
Oggi mi pongo domande, sempre le stesse, sempre nello stesso ordine, sempre senza risposta.
Ed il mondo gira, ignaro, indifferente.
Gira.
Eppure.
Eppure io sento distintamente la sua presenza.
Non m'inganno, no, perché non c'è niente di soprannaturale nella mia percezione.
Io semplicemente la sento.
Lei che a trent'anni mi chiamava "bello de mamma" senza farmi sentire un bambino.
Lei che con un sorriso mi spalancava il cuore.
Lei che sentiva aldilà delle parole.
Lei che c'era, sempre, infinitamente dolce e discreta per il timore di essere invadente.
Lei mi tiene la mano mentre affronto ciascuno degli infiniti esami della vita, proprio come il primo giorno di scuola col grembiulino blu ed il fiocco bianco.
Perché lei è nei miei gesti, nel mio modo di pronunciare alcune parole.
Lei è nel colore dei miei occhi, nello smalto dei miei denti, nelle pieghe delle mie labbra.
Lei mi parla dentro con la mia stessa voce.
E non sarò solo mai.
Perché lei.
E' mia madre.

