Fahrenheit 451

mercoledì, marzo 31, 2004 

[Occhi]

Immerso nella follia collettiva dell'ora di punta mi ritrovo impegnato ad abbassare il record del circuito cittadino Roma EUR - Roma Est del quale sono già detentore (nonché unico giudice di gara).
Da tre giorni a questa parte, mio malgrado, la colonna sonora del mio percorso in moto casa-lavoro-casa è "Don't cry for me Argentina".
Ok, ridete pure ma non chiedetemi il perché, non ne ho idea.
Qualcosa tipo "Roadhouse Blues" o "Born to ride" sarebbe senz'altro più maschio e rude, non lo nego, ma quando una musica ti si ficca in testa di prima mattina non c'è niente da fare.
E poi a me quella musica piace un sacco.
      "Don't cry for me Argentina..."
Così, nell'anonimato del mio casco integrale, sicuro di non dover temere prese per il culo, affronto le mie belle pieghe cittadine canticchiando Madonna.
      "the truth is I never left you..."
Fra automobilisti che si scannano a colpi di cacciaviti e limette da unghie
      "all through my wild days, my mad existence..."
e taxi con le sagome dei pedoni investiti disegnate sulla fiancata
      "I kept my promise..."
attraverso la città eterna lasciando che migliaia di immagini mi attraversino gli occhi senza raggiungere del tutto la mia coscienza.
      "don't keep your distance."

Poi, ad un tratto, la magia apre un varco nella piatta quotidianità incolore.
Contro ogni regola della sopravvivenza urbana mi fermo davanti alle strisce pedonali per lasciar passare un uomo con i suoi figli.
Lo guardo senza particolare interesse, avrà all'incirca la mia corporatura, un bimbo piccolissimo in braccio, barba incolta, passo veloce e nervoso, mormora un "mortacci vostra" rivolto a quelli che mi hanno preceduto senza rispettare le strisce.
Poi, distrattamente, mentre mi passa davanti seguo con gli occhi il suo braccio destro partendo dalla spalla come fosse una curiosa pista che porta da qualche parte.

E li vedo.

Due occhi nocciola di una dolcezza infinita mi guardano fisso.
Negli occhi.
Mi seguono sicuri e decisi attraverso la visiera del casco nonostante gli strattoni nervosi di quel padre un pò incazzato.
Occhi negli occhi.
E non ti puoi sbagliare, quando qualcuno ti guarda negli occhi lo capisci.
Non ti sta guardando il naso o la bocca, no, ti guarda negli occhi.
E quegli occhi nocciola di una dolcezza infinita appartengono ad una bambina.
Avrà otto anni o giù di lì e mi guarda come se mi conoscesse, semplicemente, senza stupore né paura, nemmeno curiosità.
Semplicemente sembra che mi conosca da sempre, da quando è nata.
Forse anche da prima.

Chi sei bambina?
In un'altra vita magari sei stata.
Chi eri?
Sorella forse? Compagna? Madre? Figlia?
Chi eri bambina?

Per un attimo, un secondo o al massimo due, è come se l'unica cosa veramente a fuoco nella scena fosse quella bimba col suo capottino colorato tenuta per mano dal suo papà.
Magia.
I capelli le rimbalzano leggeri sulla fronte mentre raggiunge l'altro lato della strada con passi più lunghi delle sue piccole gambe.
E così, dopo aver salutato i miei occhi ed avermi addolcito il cuore, sparisce nel caos incolore di questa città che corre.
Di questa città che ha sempre meno tempo per gli occhi e per i ricordi.
Figuriamoci quelli di un'altra vita.

Sto già tirando la terza, sono lontano ormai.

"Don't cry for me Argentina...
the truth is I never left you...
"




































postato da centauro 01:18 | plink | commenti (30)

lunedì, marzo 22, 2004 

[The Big Kahuna]

Mi è tornato in mente questo film.
In particolare il personaggio di Phil interpretato superbamente da Danny DeVito.
Quel film in qualche modo mi ha segnato, forse per le circostanze in cui l'ho visto oppure perché ero pronto a lasciarlo entrare.
Non so.
Sta di fatto che in qualche modo c'ero anch'io in quella stanza d'albergo.
Ho sentito l'odore del solvente per moquette, i rumori ovattati, le saponette incartate al loro posto accanto al lavabo ed i rotoli di carta igienica con il sigillo stile "nessuno si è pulito il culo con questo rotolo prima di te".
Si, ci sono entrato in stanze come quella, con le finestre chiuse e l'aria condizionata tutto l'anno, di quelle che trattengono nell'aria la malinconia, la noia e i postumi del jet lag, la sensazione di essere lì per svolgere un lavoro eppure di essere fuori posto, lontano, smarrito, con ore infinite per riflettere ed il frigo bar che ronza invitante.

Ma "The Big Kahuna" è molto più di questo.
Phil e Larry sono due rappresentanti di olio industriale, due venditori smaliziati in cerca del grande colpo, l'affare della vita, senza crederci veramente.
Due uomini consumati dalla vita, erosi lentamente, viaggio dopo viaggio, vendita dopo vendita, offrendo cocktail a clienti in cerca di festicciole, uomini d'affari lontani da casa pronti ad infilarsi in uno strip bar.

Larry sembra reggere il ritmo protetto da un'armatura di cinismo e disillusione. Già, così sembra.
Phil invece zoppica, non morde più, è come un leone ferito che ha ricevuto un colpo troppo forte, una zampata di troppo dalla vita.
E allora Phil inizia a pensare, nonostante il jet lag, nonostante il buffet con cocktail di gamberi da organizzare, nonostante l'affare di una vita sia lì a pochi passi.
Inizia a riflettere anche se fa male.

Il terzo ed ultimo personaggio di questo film (nato come pezzo teatrale) è Bob, un giovane "apprendista" fresco di studi e candido come un bocciolo di rosa.
Bob sembra pulito, incontaminato dalla malizia e dalla spregiudicatezza delle due vecchie volpi che gli fanno da tutori.
Eppure Bob a suo modo è un venditore ancor più abile.
Perché Bob vende Dio e gli riesce incredibilmente bene.
Riesce a portare qualunque discussione su Dio e sulla fede invece di vendere olio industriale ma non perché sia più nobile, semplicemente perché è quello che vuole vendere realmente.
E Bob giudica anche, dall'alto della sua sbandierata purezza lui giudica quelle due anime ferite, smarrite, sdrucite.
Quelle anime che hanno trascorso le proprie esistenze volando da una costa all'altra degli States senza avere il tempo di pensare a cosa stessero facendo, perché il lavoro è lavoro, perché devi correre dietro al Big Kahuna e mentre corri non ti accorgi di cosa stai perdendo.
Non ti accorgi di ciò che ti cade dalle tasche.

Mi è tornato in mente questo film, gli occhi tristi ed intensi di Danny DeVito e la voce lenta con cui parlava, come un uomo che si è seduto a riposare sotto un albero.
Un uomo che in fondo parla con se stesso.

"Fai attenzione ai consigli che accogli, ma sii paziente con quelli che te li danno. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di pescare il passato tra i rifiuti, ripulirlo ricoprendo le parti brutte, e riciclarlo per più di quel che vale."




















postato da centauro 15:26 | plink | commenti (15)

venerdì, marzo 12, 2004 

Oggi lasciatemi stare.
Oggi se sputo a terra sciolgo l'asfalto.
Oggi sono tagliente.
Oggi non toccatemi, vi farei male.
Oggi ho tirato anche la prima e la seconda marcia e la ruota posteriore si incazzava, derapava, bestemmiava anche lei.

Oggi sono stanco.
Stanco di rispondere "abbastanza bene" quando mi chiedono come sto.
Abbastanza...
Ne ho le palle piene. Piene.
Sono stanco di sperare, di aspettare, di desiderare con tutto me stesso.
Di desiderare e sperare talmente tanto da perdere il gusto di ottenere le cose.
Quando le ottengo.
Già, quando?

Oggi sono stanco vi dico.
E vorrei che quella puttana della fortuna si girasse anche da questa parte ogni tanto.
Per sbaglio o per fare qualcosa di diverso, tanto per cambiare.
Si, voglio essere fortunato per una volta.
Voglio che qualcosa mi vada dritto da solo, semplicemente, sfacciatamente, immeritatamente anche, perché no?
Voglio che mi capiti qualcosa di bello senza averlo sperato per giorni, mesi e anni.
Senza passare per mille delusioni, senza cadere e dovermi rialzare ogni volta.
Perché sono già pieno di lividi. Pieno.

Un giorno un amico mi ha detto "se sorridi alla vita la vita ti sorride".
Allora mi diede serenità questa frase.
Bella vero?
Ora gli direi "ma vaffanculo te e la vita che ti sorride".
Perché io, là fuori, sono un tipo allegro sapete? Sorrido.
Molto più di quanto scriva in queste pagine nere.
Ma oggi sono stanco di sorridere.
Sono stanco.

Oggi lasciatemi stare.


























postato da centauro 11:09 | plink | commenti (14)

giovedì, marzo 11, 2004 

[Cimici e Bromuro]

"Bibbi grandi occhi
occhi sempre pronti alla deriva,
gatti che svaniscono leggeri
nella notte radioattiva. Ehi.

Bibbi guarda guarda, guarda
che mi tocca sopportare
sbarre alle finestra
cimici e bromuro
questa qui è la Neuro Militare.

Non ho niente da fare, leggo le poesie
graffiate sopra i muri scalcinati
facce da soldati scoglionati
aspettano i parenti nel cortile.

Nel cortile non ci voglio andare
fa caldo e non mi va di bazzicare suore, nere,
meglio stare chiusi in una stanza, qui a fumare
ad ammazzare le zanzare. E che zanzare!

Bibbi fu davanti al mare
che ti confessai "non so nuotare"
tutta quella gente
e adesso sono solo, solo
ed ho paura d'affondare.

D'affondare
dentro questa stanza, oscura
come il bisbigliare dei dottori,
oltre quelle sbarre c'e' una notte così bella,
Bibbi grandi occhi devo uscirne fuori.
E non so come, ma ti giuro che uscirò di qui,
solo un brutto sogno da dimenticare,
con in tasca le prove della nostra santità
sarà bello camminare ancora per le strade.
"

(Sergio Caputo)


Un giorno, senza crederci troppo, ho scritto a Sergio laggiù in America.
Gli ho scritto pochissime righe su questa canzone, sulle sensazioni vibranti che ci ha riversato dentro e quelle altrettanto vibranti che ha suscitato in me.
Gli ho scritto chiedendogli se c'era lui in quella stanza oscura come il bisbigliare dei dottori, se era lui a bazzicare suore nere.
Gli ho scritto premettendo che (testualmente) "probabilmente si tratta di una di quelle domande a cui un autore odia rispondere".

La risposta di Sergio (testuale anche questa):

"Hai ragione, e' una di "quelle" domande.
Comunque grazie per i complimenti e per aver scritto...
Buona estate e in bocca al lupo....
sergio
"

Insomma, la versione soft di "se lo sapevi che cazzo lo hai chiesto a fare?".
Poco male, lui non sarà proprio portato per le 'public relations' ma un pò me la sono cercata.
Datemi retta, non fate mai domande delle quali conoscete già la risposta.

Bibbi grandi occhi, occhi sempre pronti alla deriva...













































postato da centauro 12:19 | plink | commenti (2)

mercoledì, marzo 03, 2004 

La prima volta, bella o brutta che sia, non si scorda mai.
E' proprio vero.

La prima volta che ho fatto sesso è stato con un Piaggio Boxer 2 del 1977.
Prima di me aveva avuto altre storie ovviamente, la più importante con mio cugino.
Lui per averlo aveva grattato e verniciato le ringhiere di un'intera palazzina fino a consumarsi le dita, ma ne era valsa la pena.
Ci tengo a precisare che nonostante il nome sia maschile (il che mi obbliga ad utilizzare articoli al maschile) non trattavasi di rapporto omosessuale.
Scontato dirlo ad un motociclista ma doveroso nei confronti degli altri che non sanno.
Ogni motociclista, infatti, sa bene che qualunque mezzo a due ruote (esclusa la maggior parte degli scooter contemporanei che sono oggetti asessuati) è intrinsecamente di sesso femminile a prescindere dal nome commerciale che gli è stato dato.
Avete presente le donne che si chiamano Andrea? Beh, è più o meno lo stesso.
Le centaure degne di questo nome (vedi flamingpxl) storceranno un pò il naso, lo so, ma il rapporto fra una donna e la moto che cavalca per me ha un qualcosa di vagamente saffico.
Che ci posso fare? Chiedo perdono in anticipo.
Tornando a noi.
La mia cavalcatura da 50cc (cavalcatura è meglio, almeno è femminile) era il mio orgoglio e la mia passione.
Tanto per cominciare i 50cc erano solo sulla carta, come è ovvio alla prima occasione erano passati a 65cc con un bel kit Polini cilindro, pistone e testata con luci di aspirazione e scarico elaborate (che in quel periodo era il top).
Sul fianco sinistro, in bella vista, c'era un adesivo di Snoopy in versione "Joe Falchetto", molto cool.
I cerchi erano stati sostituiti con quelli in lega di un Piaggio Si incidentato, altro motorino storico ma non altrettanto arrapante.
Già, perché a me il ferro è sempre piaciuto e qualche chilo in più in fondo non dispiace.
Si, insomma, geneticamente aborro (alla Mughini) la plastica e già allora andavo matto per le due ruote un pò retrò (solo nell'estetica ovviamente), cosa che si è tramutata nel mio attuale amore per certi "cancelli"...
Le prestazioni non erano da sesso estremo (circa 60 km/h con vento a favore, pressione atmoseferica a livello del mare e bassa umidità) ma per allora erano di tutto rispetto.
Ricordo che una volta lanciata (la cavalcatura) "a palla" (passatemi il termine) si innescava un'inquietante battito nel motore dovuto al gioco del perno del pistone nell'occhio della biella.
Danno identificato ma troppo costoso da riparare.
Meglio andare "a orecchio" e contare sulla sensibilità per i motori trasmessami da mio padre.
La nostra storia era arrivata ad un tale livello di intimità che ero capace di smontare e rimontare il variatore ed i relativi rulli in 5'36'' netti.
Bendato.
Altro che Forrest Gump.
Poi, ahimé, come tutte le storie basate sulla passione non ha retto il passare degli anni.
Uno comincia a lasciare l'altro per strada sotto la pioggia, l'altro cede ad una scappatella su una 125 con le marce...
Insomma arriva il giorno in cui ci si accorge che non può andare avanti.

Ora ho una storia duratura ed appagante, lei ha molto più ferro e decisamente più cavalli.
Ma non dimentico.

Perché il primo amore, si sa, non si scorda mai.




























postato da centauro 14:58 | plink | commenti (16)