venerdì, maggio 21, 2004
[Fratelli]
Mickey era un pò stronzo.
Non proprio cattivo, solo stronzo.
Un pò sovrappeso, lamentoso e vagamente viziato non era certo un esempio di simpatia ma era accettato dal gruppo in quanto fratello di Sandro.
Sandro era il complementare di Mickey.
Oggettivamente belloccio e simpatico, col carattere che aveva rappresentava il pianeta attorno al quale orbitava allegramente Mickey.
Dico "allegramente" perché, forte del fisico imponente del fratello, Mickey dava libero sfogo ai suoi capricci ed alla sua essenza di stronzo.
Quel giorno il sole picchiava duro sulle nostre teste di dodicenni e le cicale cantavano a migliaia intorno a noi.
L'ora era quella del pisolino pomeridiano, quando chi è saggio si rintana al fresco aspettando che il sole inizi a calare prima di mettere fuori il naso.
Ma come si può chiedere a dei ragazzini di riposare, di essere saggi, quando la vita sprizza prepotente da tutti i pori e l'anima è leggera come una corsa in bicicletta?
Semplicemente non si può.
Ed infatti noi eravamo lì ad arrostirci per bene, immersi nel giallo intenso di un campo incolto con le bici parcheggiate a pettine come per la partenza di una gara di endurance.
Proprio una bella tribù, non c'era dubbio.
Ragazzini di tutte le età e corporature, di campagna e di città, ginocchia sbucciate e facce polverose.
Un pallone di cuoio deformato sempre a portata di mano e magliette appallottolate a fare da pali.
La traversa? Beh, quella dipendeva dall'altezza del portiere di turno.
Quel giorno era la volta del tiro con le fionde.
Ognuno di noi aveva la propria sputafuoco personalizzata.
Roba seria, altro che quelle fionde stile "Qui Quo Qua" ricavate da un ramo intagliato a forma di Y.
Quella è roba da fumetti, roba da scout.
Le nostre erano tecnologiche, il più delle volte ricavate da un tondino di ferro piegato ad arte con una morsa, sudore ed un numero imprecisato di bestemmie.
La mia per esempio aveva anche una sorta di fermo che faceva leva sull'avambraccio per contrastare la forza impressa quando tendevi l'elastico (magari una giorno vi faccio un disegno).
Per farla breve eravamo lì ad impallinare bottiglie e lattine quando distrattamente notai che Mickey, stufo del banale tiro a segno, si stava divertendo a mirare alle bici.
"Mickey che cazzo fai?! Lascia stare le bici!"
Ovviamente, neanche a dirlo, il cretino rideva.
Rideva e continuava imperterrito a tirare sassi contro le bici.
Contro la mia bici per l'esattezza.
Sandro era imbarazzato, anche lui gridava contro il fratello ma senza troppa convinzione.
Ora la natura, che di psicologia e pedagogia se ne infischia, vuole che se tu mi prendi a sassate la bici io prendo a sassate la tua.
E poi vediamo.
Al primo schiocco metallico proveniente dalla sua bicicletta Mickey aveva smesso di ridere.
La sua faccia tonda si era contratta come se stesse subendo un torto inaccettabile ed aveva rivolto la fionda contro di me.
Ripensandoci oltre che stronzo doveva essere un pò spostato di cervello.
Fatto sta che, nel silenzio che era calato nel frattempo, avvertii distintamente un sibilo a pochi centimetri dall'orecchio destro.
Due volte sfortunato Mickey.
Una perché mi aveva mancato, due perché fin da ragazzino (modestamente) ero dotato di una mira un pò sopra la media.
Lo beccai sulla mano con la quale teneva la fionda ed il suo dito in pochi istanti sembrò gonfiarsi come nei cartoni animati di Tom & Jerry.
Cominciò a saltare da tutte le parti imprecando e piagnucolando.
Veramente una brutta scena ma sapevo che non gli sarebbe bastato e mi stavo già preparando ad assestargli un calcio ben confezionato qualora avesse voluto continuare.
Non lo vidi arrivare.
O meglio, lo vidi ma decisamente troppo tardi.
Il pungo di Sandro mi prese di striscio sulla parte molle della guancia.
Fui fortunato, poteva andarmi peggio.
"Lascialo stare!!!", gridava.
I suoi occhi erano vitrei e persi, li vidi distintamente mentre schivavo il secondo pungo e mi portavo prudentemente a distanza da quella settantina di chili inferociti.
Ero confuso.
Nella mia mente di figlio unico era una reazione assurda, un torto è un torto anche se è tuo fratello a commetterlo.
Nella mia testa era una cosa fra me e lo sciroccato, diamine, quel che è giusto è giusto.
E invece no.
Quel giorni capii una cosa importante, qualcosa che non avevo mai conosciuto.
L'amore fraterno, incondizionato.
Quello che non importa se tuo fratello è uno stronzo, non importa se ha torto.
Perché avete lo stesso sangue, avete abbracciato gli stessi orsacchiotti e vi siete confidati l'inconfessabile nel buio della vostra stanza con le coperte fino al naso.
Il giorno dopo eravamo seduti sotto il gelso vicino alla cabina elettrica, quella di cemento vicino al prato.
I trasformatori ad alta tensione ronzavano a pochi metri di distanza e Sandro tormentava un filo d'erba cercando inutilmente uno spunto qualunque per cominciare a parlare.
Si vedeva che in qualche modo non si sentiva a posto ma io non avevo alcuna intenzione di rendergli le cose facili.
Ad un tratto mi spiazzò con l'ultima domanda che mi sarei aspettato.
- "Ma te de che squadra sei?"
- "Della Roma no? Che non lo sai?"
- "Ah, nun me lo ricordavo... io co' quelli della Roma nun ce faccio a botte..."
Scuse accettate.
E meno male che non ero della Lazio.
giovedì, maggio 13, 2004
"Sole sul tetto dei palazzi in costruzione,
sole che batte sul campo di pallone
e terra e polvere che tira vento
e poi magari piove.
Nino cammina che sembra un uomo,
con le scarpette di gomma dura
dodici anni e il cuore pieno di paura.
Ma Nino non aver paura
di sbagliare un calcio di rigore
non è mica da questi particolari
che si giudica un giocatore
un giocatore lo vedi dal coraggio
dall'altruismo e dalla fantasia….
E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai
di giocatori tristi che non hanno vinto mai
ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro
e adesso ridono dentro al bar
e sono innamorati da dieci anni
con una donna che non hanno amato mai
chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai…..
Nino capì fin dal primo momento,
l'allenatore sembrava contento allora
mise il cuore dentro alle scarpe
e corse più veloce del vento.
Prese un pallone che sembrava stregato,
accanto al piede rimaneva incollato
entrò nell'area e tirò senza guardare
e il portiere lo fece passare.
Ma Nino non aver paura
di tirare un calcio di rigore
non è mica da questi particolari
che si giudica un giocatore
un giocatore lo vedi dal coraggio
dall'altruismo e dalla fantasia...
Il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette
quest'altr'anno giocherà con la maglia numero sette."
[F. De Gregori - La leva calcistica della classe '68]
domenica, maggio 02, 2004
[Mani]
Pensavo alle mie mani mentre con la punta dell'indice e quella del pollice cercavo di serrare la candela del terzo cilindro da sinistra.
Quando sei quasi arrivato in fondo le dita cominciano a farti un pò male ma sai che stai facendo bene, che se non vuoi rovinare la filettatura devi serrarla più che puoi con le dita prima di passare ad usare la chiave.
Le mani.
Mi fanno un pò male, è vero, ma sotto i polpastrelli avverto distintamente le minuscole scalfiture del metallo ed il sottile strato di grasso che si sta immancabilmente depositando fra le pieghe della pelle.
E mi piace.
Si, proprio così, mi piace.
Come dite? Guanti vinilici?
Si, lo so, è più igienico e salutare e poi fa molto meccanico della Ferrari.
Molto high-tech.
Ne porto sempre un paio con me quando faccio questo genere di lavori ma (e qui ci si potrebbe lasciar andare a dissertazioni psicologiche) chissà perché dimentico sempre di indossarli e mi ritrovo ad usare la pasta lavamani e a pulirmi le unghie con la spazzola.
Molto poco high-tech.
Forse inconsciamente è quello che voglio.
Sentire il metallo sotto le dita, saggiarne la consistenza, la temperatura, sentire la forza che sto imprimendo.
Niente guanti, tantomeno in lattice.
Già, le mani.
Il più delle volte preferiamo parlare di sentimenti più (passatemi il termine) "cerebrali", più complessi ed elevati.
Dell'amore e dell'odio, di dubbi e convinzioni, di rimpianti, rimorsi e paure.
Ma di quello che sentiamo attraverso le mani non parliamo quasi mai se non per descrivere qualcos'altro, fare paragoni o metafore.
Eppure ne varrebbe la pena.
Sono sensazioni grezze, immediate, senza filtri.
Sono materia prima.
Come lo zucchero di canna paragonato all'immacolato candore di quello raffinato.
Quante sensazioni passano per le mani.
La ruvidezza della corteccia dell'albero che stai potando e la profumata vischiosità della resina che ti incolla le dita.
La vibrazione secca che ti sale su per il polso quando le cesoie si chiudono con uno scatto.
Il tuo pugno che arriva a segno dopo che il guantone ha attraversato la guardia del tuo avversario come fosse nebbia o la soddisfazione di riuscire a svitare il tappo di quel maledetto barattolo che non voleva saperne di aprirsi.
La pelle di una donna sotto le dita e la temporanea convinzione di poter fare a meno degli altri sensi. Quando ti sembra di poterla vedere ad occhi chiusi o di riconoscerne il sapore ed il profumo solamente seguendo la curva dei fianchi.
Le vene che si gonfiano sul dorso delle mani mentre stringi qualcosa con tutte le tue forze oppure il freddo dal quale nessun guanto ti può difendere, così intenso che sembra bruciare mentre le tue dita si muovono al rallentatore.
E poi una stretta di mano che in un istante ti dice più di qualsiasi curriculum vitae o confessione domenicale.
Il piacere primordiale di portarti il cibo alla bocca con le dita e poi leccarle quando nessuno ti vede.
Una vecchia cicatrice che ogni tanto si fa sentire ma che ti porti dietro come una foto nel portafogli o le vibrazioni del motore che dal manubrio salgono su per i tuoi pugni chiusi fino a stuzzicare quella porzione di neuroni che fa di te un malato di moto.
In questi casi non c'è ragionamento, non c'è elaborazione, il cervello gira al minimo, senti e basta.
Così, quando smetto di picchiettare sulla tastiera di un laptop o di disegnare schemi architetturali per guadagnarmi il pane, mi piace usare le mani, voglio dire usarle sul serio e lasciare che la mente vada per i fatti suoi.
In quei momenti può essere legno, pietra, metallo o pelle.
Può trattarsi di stringere, levigare, colpire o accarezzare.
Ti puoi anche ferire ma non importa.
Perché su una cosa non hai dubbi, anzi, non ti poni neanche il problema.
Ti senti vivo.

