mercoledì, giugno 30, 2004
[Junior]
Junior era un bambino con qualche problema.
A parte la dislessia piuttosto evidente non lo si poteva definire esattamente una cima, probabilmente se non fosse stato il rampollo di una famiglia ricca e potente, a quest'ora raccoglierebbe i cartoni con l'Ape Piaggio.
Un giorno il padre, noto guerrafondaio e gran paraculo, lo prese sulle ginocchia e gli disse:
"Junior, ricorda quello che ti dico, se l'economia ristagna, se hai problemi di politica interna e non sei sicuro di essere rieletto, non c'è niente di meglio di una bella guerra".
Il piccolo Junior, che alla terza parola pronunciata dal genitore stava già fissando ipnotizzato le tende del salotto, non aveva capito un cazzo del discorso se non le ultime parole: "non c'è niente di meglio di una bella guerra".
Il tempo passò ed un giorno, ritenendo di essere abbastanza grandicello e di non avere più tanto tempo per mettere in pratica i consigli paterni, Junior chiamò a raccolta i suoi amichetti.
"E' ora di finirla ragazzi" - con la voce di Duffy Duck - "è giunto il momento di attaccare la fonte di tutti i mali del nostro giardinetto fiorito: il Vespaio!"
I suoi compagni di giochi rimasero abbastanza perplessi: "Il Vespaio?! E perché?! Come cacchio ti è venuto in mente?!"
E qualcun altro: "Si, insomma, non è che ci siano simpatiche ma a parte qualche puntura ogni tanto si fanno gli affari loro. Che motivi abbiamo di andare a rompere i coglioni da quelle parti?"
Junior, che nel frattempo aveva perso il filo del discorso fissandosi la punta delle scarpe, rispose:
"Quelle vespe sono oppresse, il loro capo le tiranneggia e trama un attacco di massa contro di noi... c'ho le prove!"
Al che qualcuno, sempre più dubbioso, chiese giustamente di vedere le prove in questione.
"Al momento non le ho con me... e poi sono top secret... e poi chiedetelo a Tonino che le ha viste!"
Ovviamente nessuno tenne in considerazione la testimonianza di Tonino, noto leccaculo di Junior fin dalla più tenera infanzia.
A questo punto le reazioni furono molteplici e confuse, ma i bambini si divisero sostanzialmente in due gruppi.
Da una parte quelli la cui risposta poteva riassumersi in "Ma vaff... te e il Vespaio" e dall'altra quelli che volevano rimanere amichetti di Junior e non volevano perdersi le merende a base di pane e Nutella nel grande giardino con piscina.
E poi in fin dei conti la famiglia di Junior se l'era sempre cavata in qualche modo e tanto valeva stare dalla parte del vincitore.
Insomma, per farla breve, i bambini si lanciarono sul Vespaio con poca strategia e molto entusiasmo liberando le vespe dal loro tiranno e prendendo il controllo della situazione. O almeno così credevano.
E quando uno di quei pignoli guastafeste chiese timidamente dove cazzo fossero le prove delle intenzioni bellicose delle vespe, Junior rispose spavaldo:
"Vabbé, mi avete scoperto, le prove non ce l'ho e allora?! L'ho fatto a fin di bene... non vedete come sono felici le vespe adesso che le abbiamo liberate?"
Neanche a dirlo, il giorno in cui il padre aveva spiegato a Junior come si fabbricano le prove fasulle, lui era rimasto a fissare i colori del cinescopio di una tv privata con un filino di saliva al lato della bocca.
Le vespe, dal canto loro, non erano poi così entusiaste di essere state "liberate" e cominciarono a portare avanti una feroce guerriglia invocando l'aiuto di vespe ed api da tutto il circondario.
In particolare le api che, come tutti sanno, sono guerriere suicide che utilizzando il loro pungiglione vanno incontro a morte certa.
In breve tempo Junior si rese conto che il Vespaio gli si stava sgretolando fra le mani e che il gioco era diventato molto più grande di lui.
La cosa fu palese anche agli amichetti di Junior che ormai non potevano certo ritirarsi di fronte a quattro insetti incazzati e gli toccava continuare a farsi pungere cercando un modo di uscirne decorosamente.
Per di più a quel punto il Vespaio era in mano a vespe molto più pericolose, in confronto alle quali il tiranno di prima pareva Mahatma Gandhi.
La morale, se ce n'è una, può riassumersi così:
non basta essere guerrafondai senza scrupoli o farsi vedere in giro con un giubbotto dell'aviazione per fare una guerra.
Perché la guerra, per quanto ignobile sia, bisogna saperla fare e se hai solamente tre neuroni che giocano a poker col morto è meglio che in certe cose non ti ci imbarchi.
Il padre gli aveva detto anche questo un giorno.
Peccato che Junior stesse fissando da un'ora l'orologio a cucù aspettando che l'uccellino uscisse di nuovo.
Già, peccato per tutti.
giovedì, giugno 10, 2004
[Armando]
L'estate ormai si apprestava a fare le valigie e Roma portava ancora i segni del recente mondiale di calcio.
Il tricolore dipinto un pò ovunque, l'onnipresente mascotte rappresentata da uno squallido pupazzo con al posto della testa un pallone da calcio ed un numero imprecisato di opere pubbliche dall'inutilità imbarazzante.
Ma Roma, si sa, ha già visto tutto e non si stupisce più di niente, come un'anziana signora dallo sguardo vivace e dai modi eleganti che guarda la vita passare all'ombra dei suoi platani.
La recente conquista della maturità era un traguardo che volevo lasciarmi alle spalle, proiettato com'ero verso l'avventura dell'università.
Fu in quei giorni, sospesi fra l'inconsapevole spensieratezza della mia vita dietro ai banchi di scuola e la guerra di trincea che sarebbero stati i miei studi di ingegneria, che decisi di trovarmi un lavoro.
Qualunque cosa mi sarebbe andata bene, volevo solo un'occasione per mettermi alla prova, guadagnare qualche soldo solo con le mie forze.
L'occasione la trovai grazie ad un libraio.
Ricordo come fosse ieri i suoi occhi che mi squadravano da sopra gli occhiali da ipermetrope calati sul naso e la sua conclusione chiara e sintetica.
"Ti do il tre per cento sulle fatture, la macchina e la benzina ce la metti tu, il primo giro lo fai con me poi te la devi cavare da solo".
Qua la mano.
Il lavoro consisteva nel fare tutte le mattine il giro delle case editrici e ritirare i libri scolastici che di volta in volta una folla di studenti e genitori premurosi ordinava al negozio del libraio.
Detto così sembra un lavoro di una noia mortale ma per me non fu così.
Ho sempre pensato che le realtà parallele non si trovano nei libri di fantascienza o nelle più ardite ipotesi sulla fisica quantistica.
Sono intorno a noi, a pochi passi, come quella del metronotte che inizia il turno quando noi inseriamo la sveglia prima di andare a dormire o quella del contadino che vediamo lavorare in mezzo a un campo di grano mentre sfrecciamo veloci sull'autostrada.
Milioni di vite delle quali ignoriamo i ritmi, le regole, i dolori e le speranze.
Fu così che grazie a quel lavoro mi affacciai su un mondo a me sconosciuto fatto di personaggi eterogenei che alle cinque del mattino erano già in giro da un pezzo.
Ci misi poco a capire che, benché le case editrici aprissero alle 8:00, alle 6:30 i giochi erano già finiti.
Già, perché c'era gente che arrivava addirittura da altre regioni con furgoni o station wagon e si metteva "in lista" presso le varie case editrici della capitale con l'elenco dei propri ordini per poi passare a ritirare i libri nell'orario di apertura.
Ovviamente l'operazione richiedeva un tempismo perfetto per farsi trovare al posto giusto senza perdere il turno.
Ben presto mi resi conto che da solo non ce l'avrei mai fatta.
Attraversare Roma con una Panda 30 carica di libri fino all'inverosimile, cercando di portare a termine tutto il giro facendo regolarmente tutte le file era impensabile.
Fu allora che conobbi Armando.
Alto, abbronzato, fra un paio di baffi alla Tom Selleck e un mucchio di capelli ricci e biondastri aveva un paio di occhi azzurri da autentico figlio di puttana.
Indossava spesso e volentieri degli occhiali da sole fascianti e specchiati, di quelli che portano i ciclisti e che nel '90 non passavano esattamente inosservati.
Per avere un'idea della sua voce dovete pensare a Marlon Brando di "Il Padrino" che parla romanesco.
Insomma, una specie di Manuel Fantoni, quello di "un giorno mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana...".
Eppure Armando era una brava persona, davvero, e mi aveva preso in simpatia.
La mattina facevamo colazione insieme a San Giovanni, io gli davo gli ordini che mi toccavano per le case editrici di una metà di Roma e lui mi dava i suoi per quelle situate nell'altra metà.
Ognuno di noi faceva il suo giro in relativo relax ed a fine mattinata ci ridistribuivamo i libri.
Semplice ed efficace, insomma, l'uovo di Colombo.
Armando aveva un chiosco di libri a piazza Esedra, di quelli sotto agli alberi perennemente coperti da due dita di merda di uccello.
I libri scolastici li prendeva per conto di una grossa libreria lì davanti mentre lui, in genere, vendeva roba per turisti e un pò di libri usati ai romani in cerca di qualche vecchio volume.
Ogni tanto parlavamo del più e del meno, io gli dicevo dei progetti e delle incognite dei miei immacolati diciannove anni e lui mi parlava della sua vita, della moglie e dei figli e... del suo sogno.
Proprio così, il suo sogno.
Perché quel mix fra Tom Selleck e Manuel Fantoni, quel biondo baffuto con lo sguardo da figlio di puttana aveva qualcosa che la maggior parte della gente alla sua età non ha più da un pezzo.
Aveva un sogno.
Armando era un triatleta.
Tutte le sacrosante mattine, prima dei libri, prima del chiosco, prima di tutto, lui si faceva quaranta chilometri in bici e parecchi altri di corsa (ecco il perché dell'abbronzatura... altro che lampade).
Poi, un giorno si ed uno no, si sparava qualcosa come un centinaio di vasche in piscina.
Non si può certo dire che non facesse sul serio.
Ricordo che un giorno ci stavamo scambiando i cartoni di libri a Piazza Esedra e le goccioline d'acqua della fontana ci finivano in faccia portate dal vento tiepido di fine estate.
Fu allora che mi disse: "Quest'anno compio cinquant'anni, mi iscrivo all'Iron Man delle Hawaii".
Mi fermai con un cartone in mano e ci misi un pò a focalizzare tutto quello che aveva detto in una sola frase.
Primo aveva cinquant'anni e ne dimostrava quaranta, secondo aveva intenzione di iscriversi alla gara più massacrante e leggendaria del mondo dall'altra parte del globo.
Mi spiegò che prima non aveva alcuna speranza perché avrebbe dovuto gareggiare nella fascia di età fra gli "over trenta" e gli "under cinquanta".
"Se me metto contro uno de trent'anni me fa a pezzi..." diceva.
"Ma come over cinquanta so' un regazzino..." e rideva con la voce di Marlon-Brando-Padrino-de-Centocelle.
Mi piaceva ascoltarlo mentre mi raccontava dei soldi messi da parte, delle sue prestazioni migliori, della moglie e dei figli che lo avrebbero seguito nell'impresa.
Chissà che fine ha fatto Armando.
Chissà se ha vinto qualcosa, chissà se almeno ha partecipato a quella gara epica nella terra degli Ukulele.
Ma in fondo non mi importa più di tanto.
A me basta aver conosciuto un uomo che aveva un sogno.

