martedì, dicembre 21, 2004
[1982]
Rital o maccaronì, così ci chiamavano.
Con il tipico accento sulla "i" finale che fa tanto ispettore Clouseau.
Non era facile essere italiani nella Parigi dei primi anni '80.
Per loro eravamo e siamo solo spaghetti, mandolino, pizza e mafia... insomma la solita storia, senza risparmiare nessun luogo comune.
Eppure si lavorava duro, lontani da casa, immersi in quella malcelata ostilità, con il cielo grigio piombo di Parigi a fare da tetto e la grandeur che ti veniva sbattuta in faccia alla minima occasione.
Avevo solo undici anni ma certe cose le capivo, le sentivo senza che mi fossero spiegate, chiare come il sapore di ferro ti dice che stai sanguinando senza bisogno di guardarti la bocca.
E poi c'era il padre di Filippo che lavorava in una centrale termica a carbone nel ventre della città, c'era Pierino il cuoco che sognava di aprire un ristorante tutto suo al paese, Salvatore che potava gli alberi nei giardini eleganti del 7° arrondissement e migliaia di altri.
Eppure in quei giorni c'era qualcosa nell'aria, nello sguardo basso e sfuggente di chi spazzava il marciapiede davanti ai bistrot ed in testa sentiva ancora l'eco di una tarantella che sapeva di sole.
C'era un sogno ad un passo dal realizzarsi, talmente grande da essere impronunciabile ad alta voce, così bello da aver paura di pensarci troppo e di farlo svanire.
Qualcosa che ci avrebbe portati fuori da tutto quel grigio, anche solo per un giorno.
Il primo goal di Rossi arrivò di sorpresa e sembrò che la città fosse attraversata da un'onda d'urto.
Un'energia sommersa che partiva dal retro dei locali, attraversava strade e cortili, vibrava nelle case facendo ribaltare le cornici con il ritratto dei nonni e i caciocavallo appesi.
Quando Tardelli segnò il 2 a 0 tutti capimmo che S.Gennaro, S.Pietro, S.Ambrogio e tutti i santi della penisola dovevano trovarsi in quel momento davanti alla TV celeste con tanto di sciarpa della nazionale al collo.
La gente piangeva. Sul serio.
Chi in silenzio, fissando il tubo catodico afflitto dalla predominanza di verde tipica dei televisori di quegli anni, chi invece esultando come lo stesso Tardelli e correndo intorno al tavolo della cucina, con il tricolore a mò di mantello, in preda ad un delirio incontenibile.
Ma quando Altobelli infilò per la terza volta il pallone in rete nessuno aveva più la forza di reagire.
Spossati dalle emozioni e dalla tensione, tutti abbracciavano tutti, una tale esplosione d'amore gratuito che in confronto Woodstock era un raduno di neonazisti.
E fu lì, con la Germania in ginocchio su quel fazzoletto di terra spagnolo, che tutto ebbe inizio.
Da ogni quartiere, da ogni strada, una folla colorata e festante cominciò a brulicare apparentemente senza mèta.
Apparentemente, si, perché in realtà una mèta c'era, eccome, e non c'era bisogno di passaparola né di mettersi d'accordo.
Eravamo tutti diretti là, nel luogo delle parate, il tappeto rosso delle grandi occasioni, uno dei simboli della grandeur.
Gli Champs Elysées erano un'unica, immensa, striscia tricolore incorniciata dalle luci della ville lumière.
Migliaia di italiani ovunque, usciti da chissà dove, usciti dal loro silenzio, dal loro stato di maccaronì.
La gente aumentava e sembrava non finire più.
"Ma quanti siamo? Quanti cacchio siamo in questa città?!".
Qualcuno aveva ancora il grembiule legato alla vita oppure la tuta da lavoro con gli scarponi anti-infortunio.
Tutto il campionario dei dialetti italiani aveva la sua rappresentanza.
Alle grida in foggiano stretto facevano eco cori in calabrese, bergamasco, siciliano.
Dai "jamme, jamme, jà..." ai "fatece largo che passamo noi..." c'eravamo tutti.
Una duecavalli, a motore spento e con il cambio in folle, scendeva lungo il viale spostandosi a balzi come una rana.
La vernice verde, bianca e rossa colava ancora dalla carrozzeria ed il movimento era dato dal ritmo dei quattro folli che vi saltavano dentro con il busto fuori dalla capotte.
E i francesi in tutto questo?
Beh, a loro questa cosa non andava giù neanche un pò.
Li vedevi lì coi loro sorrisetti sorpresi e un pò sprezzanti di chi dice "ce n'est qu'un jeu".
Certo, come no, quando sono gli altri a vincere è solo un gioco...
La verità è che sebbene non fosse altro che un mondiale di calcio, sebbene il giorno dopo saremmo tornati ad essere solo dei rital, quella notte l'Arco di trionfo era per noi.
Quella notte, in un paese che non era il nostro e che non ci amava, quei ragazzi in maglia azzurra ci avevano fatto sentire più italiani che mai.
Quella notte eravamo sul tetto del mondo.
(in piedi)
Zoff, Antognoni, Scirea, Gentile, Collovati, Graziani
(accosciati)
Rossi, Conti, Oriali, Cabrini, Tardelli
martedì, dicembre 07, 2004
[La Sultana]
Pierre avrà una quarantina d'anni, lineamenti un pò rozzi e capelli unti ma mani curate.
La barba è di quelle spesse che anche se la tagliasse due volte al giorno lascerebbe comunque quell'inconfondibile alone scuro sottopelle che fa un pò gangster anni '30.
"Prontooooo!"
Urla con una voce stridula raggiungendo livelli di decibel da mandare in saturazione i microfoni.
"Qui è la Sultana chi parlaaa?!!!"
Al 99% sarà una donna, all'85% vorrà sapere di faccende d'amore, fascia d'età piuttosto ampia con una gaussiana centrata intorno ai 40 anni.
E Pierre queste cose le sa, i conti li sa fare, con queste cose ci campa.
Dopo un pò una voce esitante saluta e fa i complimenti a Pierre che, a suo dire, è il migliore che ci sia.
Lui ringrazia distrattamente e le mette fretta.
"Annamo cara che qui la Sultana nun c'ha tempo da perde"
Fa parte del gioco dare l'impressione di avere un miliardo di telefonate al centralino e che le doti della Sultana siano ricercatissime e preziose.
"Mi devi dire la data di nascita tesoro.."
Lei sa bene come funziona e gli dice la data in tutta fretta cercando di non innervosirlo.
Pierre "La Sultana" inizia a mischiare mazzi di carte con fare professionale mentre ricorda alla donna che le sue previsioni hanno una validità di 8 mesi.
Non sette e nemmeno nove. Otto.
Ci sa fare Pierre, sa che la credibilità passa per i particolari, strampalati ed inventati che siano.
Per esempio se devi dire un prezzo a qualcuno non devi mai fare cifra tonda, che so, 8000 euro.
Molto meglio 6454 + IVA. Dà l'impressione che ci sia un ragionamento dietro, una somma dei costi più un ricarico per le spese ed il margine di guadagno.
Cosa importa se il prezzo l'hai fatto a occhio giudicando quanto il tizio sia disposto a pagare?
Lo stesso dicasi per gli otto mesi di Pierre.
"Che mazzo vuoi cara?!"
Pierre ha sette mazzi di carte diversi davanti a sé, unti come il fondo di una friggitrice in un ristorante cinese.
Lei sceglie il mazzo mentre Pierre si lascia andare ad un'interminale e raffinatissima serie di doppi sensi sulla parola "mazzo".
Già, perché Pierre nel suo studio ama circondarsi di oggetti di grande gusto quali perette da clistere di diverse fogge e misure, fermacarte dagli espliciti richiami fallici e foto di culi vari.
Si, ok, non fa mistero della sua omosessualità e anzi gli piace da morire sbatterla in faccia alla gente e divertirsi a provocarla.
Non deve aver avuto una vita semplice Pierre, forse anche per questo conosce così bene la vita con le sue miserie e le sue fragilità.
Ma è a questo punto signori che entra in scena l'arte.
Si, l'arte, perché la Sultana è un'artista.
Con parole misurate e sicure saggia l'umore del suo interlocutore, le sue aspettative, i suoi timori ed è sempre pronto a repentine virate e cambi di direzione come una rondine in caccia.
La sua voce pastura la conversazione di piccolissime esche lasciando che la preda scelga quella che più gli piace.
E signori, credetemi, questa è autentica arte e se Pierre ha un dono è quello di conoscere profondamente l'animo umano e saper dire alla gente ciò che vuole sentirsi dire.
Se dovessi mai approfittarti di chi sta morendo promettendo cure miracolose, magari con l'imposizione delle mani o qualche rito magico, mi faresti schifo Pierre.
Mi daresti la nausea.
Ma finché spennerai gente che nel 2004 è disposta a pagarti centinaia di euro per le tue cazzate, finché tirerai avanti la baracca con i tuoi mazzi di carte unti circondato dalle tue perette da clistere, beh, tanto di cappello.
Sei un artista.
"Prontooooo?! Chi vò parlà co' 'a Sultana?!"

