lunedì, aprile 04, 2005
[Caronte]
"Come tronchi d'albero".
Il sole caldo che mi investe dietro il vetro del pullman e la vibrazione costante del grosso diesel sotto di me mi trascinano come un vortice in uno stato di stordimento e di torpore al quale mi è quasi impossibile oppormi.
Il mio sguardo si posa su ciò che mi circonda come un insetto che vola di fiore in fiore senza che io abbia il minimo controllo sui miei occhi.
Poi all'improvviso un pensiero si coagula nella mia mente ed è come se una voce fuori campo lo pronunciasse per me:
"Quest'uomo ha dei polsi come tronchi d'albero".
Annaspando per strapparmi all'abbraccio del sonno provo a tirarmi su assumendo una posizione più marziale e decisamente più scomoda.
I polsi sono sempre lì, a sorreggere un paio di mani grezze e squadrate che sembrano essere state intagliate nel legno con uno scalpello inadatto.
Il maresciallo guida questo pachiderma da ormai più di due ore stringendone lo sproporzionato volante nel più assoluto silenzio.
Siamo completamente soli su un mezzo che può ospitare decine di persone e le uniche parole che ha pronunciato dalla nostra partenza sono state:
"Li mortacci tua e de sto fijo de na mignotta" ed erano destinate ad un automobilista reo di avergli tagliato la strada sulla corsia di sorpasso.
Poi di nuovo il silenzio.
Mentre ci ripenso mi si schiude un sorriso sulle labbra che provvedo immediatamente a nascondere aggiustandomi con indifferenza il basco spagnolo.
Se dovesse vedermi ridacchiare nello specchietto retrovisore potrebbe pensare che lo stia prendendo per il culo e temo che con lui il dialogo non sia un'arma efficace.
Molto meglio una doppietta a canne mozze caricata a pallettoni.
Se penso alle reclute che stiamo andando a prelevare provo un'improvvisa tenerezza.
La proverbiale ironia della vita ha fatto si che io stia tornando proprio là dove poco meno di dieci mesi fa hanno spedito me.
Solo che io sto per salutare la naja ed in quella caserma CAR ci sto tornando in veste di caporale furiere per prelevare il prossimo scaglione di futuri Granatieri.
Ripensare a quel posto mi fa crescere dentro una rabbia ed un disgusto che sarebbe inutile tentare di descrivere.
Mi tornano alla mente quei cessi alla turca talmente sporchi che i vapori dei liquami ti facevano lacrimare gli occhi e i guanti in lattice bucati con i quali, secondo loro, avremmo dovuto pulirli.
E tutti i soldi spesi per affittare una camera in cinque o sei mentre eravamo in libera uscita, solo per poterci lavare ed andare finalmente in bagno come degli esseri umani.
Ripenso alla neve nella piazza d'armi, alle nostre mimetiche leggere ed al vestiario invernale che "sfortunatamente" per noi reclute non era disponibile (e che, ma guarda un pò, chiunque poteva comprare nuovo in giro per i mercati ambulanti d'Italia).
Ai giorni passati nell'infermeria piena di gente ammalata per il freddo e al cuoco che si era volutamente fatto un taglio alla mano per farsi qualche mese di convalescenza.
"Tanto a casa facevo il macellaio, sai quanti tagli mi sono fatto per sbaglio? Per una volta che me ne faccio un apposta..."
E ripenso alla merda di topo nelle cucine e alle volte che ci hanno fatto mangiare pasta lessa senza alcun condimento nonostante tutti i fottuti soldi che vengono stanziati per la leva.
Il torpore mi è passato ormai, sarà l'adrenalina che mi scorre in corpo ogni volta che ci ripenso.
L'uomo con i polsi come tronchi d'albero non ha molta familiarità con la mitologia ma, senza saperlo, è una sorta di Caronte al contrario.
E quei ragazzi che ora se la fanno addosso leggendo la loro destinazione non sanno che stanno per riguadagnare un pò di civiltà.
In compenso io queste cose le so ed è un pensiero che mi fa stare bene.
Alla radio hanno messo "Born to be wild" e mentre guardo la campagna oltre il finestrino batto il tempo con il tacco dell'anfibio.
Guida Caronte, guida.

