Fahrenheit 451

lunedì, gennaio 16, 2006 

[Il Drago]

Una goccia attraversa il vetro muovendosi a scatti, quasi esitante, raccogliendo via via decine di adepte disposte a seguirla nella sua corsa verso l'ignoto.
Giunta quasi al bordo del finestrino, ormai gonfia d'acqua, sembra fermarsi a riflettere un attimo prima di spiccare l'ultimo balzo.
E' una di quelle strane giornate di primavera in cui piove e contemporanemante splende il sole e tutto sembra brillare di gocce di luce come in una di quelle pubblicità del Gatorade fatte per stimolare la sete.
Gli ammortizzatori del Ducato verde militare su cui viaggiamo hanno dichiarato forfait qualche centinaio di Km fa e ad ogni buca do una testata contro il finestrino al quale ho appoggiato la tempia.
Meglio tirarsi su e darsi un'aggiustata.
Raddrizzo il basco ed infilo meglio i pantaloni della divisa negli anfibi.
Questa è praticamente l'unica occasione che ho per togliere la mimetica per qualche ora ed indossare la DROP con anfibi e cinturone.
Fa molto parata militare ma mi piace e poi i quattro mori cuciti sulla manica della giacca ne approfittano per prendere un pò di sole anche loro.

L'autista ha vent'anni scarsi e gli occhi liquidi e pieni di venuzze rosse, in parole povere si ammazza di canne.
La cosa non mi fa sentire troppo tranquillo vista l'andatura allegra con la quale ci arrampichiamo su per le curve del Gianicolo. 
L'artificiere, un uomo sulla cinquantina in abiti civili, è assorto nei sui pensieri mentre tiene sulle ginocchia la cassetta metallica con dentro "il colpo" e fuma qualcosa che deve rassomigliare ad un tocco di catrame avvolto in una cartina.
Con la sua barba di tre giorni potrebbe essere il gemello ancora in vita di Serge Gainsbourg e, come lui, ha l'aria di uno che trascura un tantino l'igiene personale.
Accanto a me ci sono un artigliere ed un granatiere fresco di CAR che sostituisce l'altro artigliere ricoverato in infermeria per una sospetta varicella.
Conoscendo il tipo, varicella o no, a quest'ora sarà ricoperto da una montagna di giornali porno e si starà dedicando al suo passatempo preferito.
L'artigliere superstite è un tipo taciturno, basso in modo imbarazzante ed ha sempre gli angoli della bocca umidicci ma la caratteristica che lo ha reso famoso nella compagnia è rappresentata dalla quantità di peli che ricoprono il suo corpo.
In pratica, radendosi al mattino, è solo lui a decidere dove finisce la barba ed dove iniziano i peli del petto.
Il risultato è una specie di perenne maglioncino di peli a collo alto.
Da brividi.
L'altro grantiere non lo conosco, è arrivato in caserma da un paio di giorni e questo al Gianicolo è il suo primo servizio.
Speriamo solo che sia sveglio, perché toccherà a lui caricare "il colpo".

Quando il Ducato finalmente si ferma, il Gianicolo è illuminato da fasci di luce che sembrano perforare le nuvole residue.
Nonostante l'ossido che la ricopre, la statua di Garibaldi bagnata dalla pioggia recente sembra avere contorni più nitidi, quasi fosse un'immagine a definizione più alta del resto del paesaggio.
La piazzola sotto al belvedere è quasi deserta, qualche turista bagnato si affaccia dal parapetto e guarda giù incuriosito.
La grotta è lì ad aspettarci, come ogni giorno, silenziosa e cupa.
La grotta del Drago.
A custodirne il contenuto solo un vecchio portone di legno consumato dal tempo e da migliaia di incisioni tipo "Dado e Luana 4 ever", "Lazio merda" o più arditamente fiosofici stile "W la fica che Dio la benedica".

Pochi istanti per aprire il pesante lucchetto e spalancare il portone e, finalmente, la bocca del Drago emerge dal buio umido della sua tana.
Si tratta di un pezzo di artiglieria frutto dell'assemblaggio di residuati della seconda guerra mondiale ma perfettamente conservato e funzionante.
Mentre ognuno di noi si mette al lavoro, il granatiere "spina" rimane imbambolato di fronte al Drago.
Lo so, fa sempre quest'effetto quando lo si vede da vicino per la prima volta e, altrettanto immancabilmente, tutti hanno l'impulso di toccarlo.
E lo fanno con cautela, quasi con timore, come se da un momento all'altro il pesante cannone potesse scattare ruggendo e scrollandosi di dosso la mano che lo sta sfiorando.

Superata la fase catatonica del soggetto (per la verità preoccupantemente lunga) è ora di spiegargli ciò che dovrà fare, ossia caricare il colpo.
Mentre con uno strattone alla manopola apro il massiccio otturatore, l'artigliere gli mostra come inserire il colpo.
Lo fa una, due, tre volte, poi gli dice di provare.
Ed è il panico.
Una volta lo mette storto, un'altra non lo inserisce completamente, un'altra ancora non riesce a richiudere l'otturatore.
La cosa va avanti per una ventina di minuti con risultati penosi.
L'artigliere suda copiosamente (forse anche a causa del "maglione a collo alto") ed anch'io ho la fronte imperlata.
L'artificiere, dal canto suo, ci prende per il culo senza ritegno mentre fuma un altro tocco di catrame.
All'arrivo eravamo ampiamente in anticipo ma ormai mancano solo otto minuti e non c'è più tempo.
L'artigliere, in quanto addetto al pezzo, deve dirigere l'operazione, uno di noi due granatieri (nella fattispecie il catatonico) deve caricare il colpo e l'altro deve sparare.
Se ci scambiassimo i ruoli, vista l'eccezionale presenza di spirito del giovane, rischieremmo di sparare in anticipo o di non sparare affatto.
Incalzati dalle risate dell'artificiere decidiamo di procedere così riservandoci di intervenire improvvisando qualora l'imbranato cronico dovesse impappinarsi.
Cinque minuti: è ora di far uscire il Drago.

Gli anfibi slittano sui sanpietrini viscidi della grotta mentre spingiamo tutti insieme il cannone all'esterno.
Il Drago si affaccia pigro sulla piazzola rotolando sulle sue grosse ruote sgonfie e, alla sua vista, fra la piccola folla di curiosi che nel frattempo si è radunata per vederlo sputare fuoco, cala il silenzio.
Disegnando un rettangolo immaginario intorno al cannone ci mettiamo in fila sull'attenti in attesa del segnale.
Alzo gli occhi sulla gente affacciata al parapetto e, come ogni volta, cerco di riconoscere fra di essa il volto del famigerato "Generale".
Trattasi di figura mitologica rappresentata da un non meglio identificato "Generale in pensione ex-granatiere" che, secondo la leggenda, assisterebbe tutti i giorni alla cerimonia, con occhio critico e sdegnato, alla impietosa ricerca di errori formali o cavolate varie commesse dai militari di turno.
La leggenda prosegue tramandando memoria di telefonate di viva protesta indirizzate al Comandante di Reparto, con conseguente violenza sessuale perpetrata dal medesimo nei confronti dei militi responsabili.
Sarà una leggenda metropolitana, sarà mitologia, ma in passato le telefonate sono arrivate per davvero ed ho la brutta sensazione che stavolta il "Generale" ci farà sbattere tutti a Gaeta.

"Tre minuti!"
Dall'interno della grotta l'artificiere, che armeggia con un'altra sigaretta, regge la cornetta fra la guancia e la spalla e ci indica il tempo controllando l'ora esatta attraverso il telefono in dotazione.
Deglutendo nervosamente l'artigliere apre le danze.
"Al pezzo!"
Marciando lungo il perimetro del rettangolo immaginario, mi porto dal lato opposto ed apro l'otturatore mentre l'imbranato cronico va a prendere il colpo all'interno.
Sono secondi interminabili e, tanto per tranquillizzarmi, sento l'artificiere dall'interno della grotta che incoraggia il pivello: "Tié, pijalo cò tutte e due le mani e me raccomanno... nun fà cazzate!"
Ecco, appunto.
Sento gli occhi del misterioso "Generale" che mi scartavetrano la nuca mentre il novello granatiere si dirige con aria concentrata verso il cannone con il colpo fra le mani e, santo cielo ditemi che non è vero, con una puntina di lingua che spunta fra le labbra.
Siamo spacciati.
Poi, evidentemente mossa a compassione, S. Barbara in persona si impossessa del corpo dell'imbranato e ne guida i movimenti, con il risultato che il colpo entra nel suo alloggiamento al primo tentativo emettendo un magnifico e morbido "flop".
Esito un attimo, incredulo, vorrei gridare "che culo!" ma mi trattengo e con un colpo secco richiudo l'otturatore e raggiungo il mio posto.
L'artigliere ha le lacrime agli occhi, l'artificiere ha ricominciato a ridere.
"Un minuto!"
Con due passi raggiugo il pezzo, prendo la piccola fune con entrambe le mani e comincio ad arrotolarla intorno alla sinistra.
"Trenta secondi!"
Questi sono gli istanti che non hanno prezzo.
Con la mente immagino di assistere al tutto dall'alto, da dove osserva la gente in questo momento.
Vedo il belvedere, la piazza, la statua ed il verde che ci circonda.
Immagino tutti gli uomini che si sono trovati al mio posto durante più di un secolo di storia, le loro facce, le loro divise ed il modo di parlare desueto.
E con loro immagino il mutare di Roma, dei suoi luoghi, dei sui riti e della sua gente.
"Cinque!"
L'artificiere ha questo maledetto vizio di cominciare il conto alla rovescia da cinque e non da dieci ma ormai non mi frega più. Respiro lentamente.
"Quattro!"
Penso alla botta, come al solito sarà forte, ma durerà solo un attimo.
"Tre!"
Che culo che abbiamo avuto oggi, questo qui è meglio che non ce lo riportiamo al Gianicolo. Come si dice: "errare è umano ma perseverare...".
"Due!"
Ci siamo Drago, la nostra parte bene o male l'abbiamo fatta, ora tocca a te fargli sentire chi sei.
"Uno!"
L'artigliere mignon si riempie i polmoni per urlare il comando.
"Fuoco!"

Tiro la fune con un gesto deciso.
L'aria si lacera.
La canna dell'obice rincula facendo indietreggiare il Drago di qualche centimetro sulle sue ruote sgonfie.
L'eco si allontana mentre un silenzio ovattato colma l'aria circostante come l'acqua che riempie le orecchie dopo un tuffo.
Fra qualche applauso e le risate di gioia dei bambini anche oggi Roma ha avuto il suo mezzogiorno d'onore.
Anche se quasi nessuno ci fa più caso, anche se con il traffico ed i mille rumori della metropoli il ruggito del vecchio Drago è diventato inavvertibile come lo scoppio di una bolla di sapone. 

Mentre spingiamo il Drago nella sua tana il giovane miracolato decide di chiudere in bellezza la sua performance:
[Miracolato] "Senti un pò caporale, ma ste cannonate..."
[Io] "Si...?"
[Miracolato] "No, dicevo, ma ste cannonate dove vanno a finire?! Non c'è pericolo che beccano qualche casa?!"
[Io] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Artigliere] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Artificiere] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Io] "Ma no, dall'altra parte, a Villa Borghese, c'è una grossa rete protettiva che raccoglie tutti i proiettili..."
[Artigliere (con le lacrime)] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Artificiere (tossendo con lacrime)] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Io (appoggiato al cannone)] "AH! AH! AH! AH! AH! AH!..."
[Miracolato] "Ah, ecco, lo dicevo che ci doveva essere qualcosa..."
[Artigliere] "..."
[Artificiere] "..."
[Io] "..."

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