Fahrenheit 451

giovedì, giugno 08, 2006 

[Bodyguard]

Non più di trenta secondi prima era ancora seduto al bancone con in mano un bicchiere di Jack.
Gli era sempre piaciuto farlo girare vorticosamente fra le pareti di cristallo ed osservare quel liquido ambrato sfiorare il bordo del bicchiere senza uscirne.
Non più di trenta secondi prima il barista gli stava parlando, o meglio, muoveva le labbra nella sua direzione mentre le parole si perdevano negli angoli bui dell'arredamento rosso pompeiano, saturo delle note di un sax alla Fausto Papetti.
Non più di trenta secondi prima era una serata come le altre.
Un paio di addii al celibato riempivano metà del locale mentre il resto della clientela era composta dai soliti habitué.
C'era il gobbo con l'accento pugliese seduto nel suo angolo con gli occhiali scuri, il commendatore stravaccato in prima fila che fissava il piccolo palco con la fronte imperlata di sudore e qualche arabo in viaggio d'affari che aveva lasciato l'Islam fuori dalla porta del locale.
E poi c'erano le ragazze che avevano terminato la loro esibizione e si aggiravano per i tavoli contrattando qualche spettacolino "personalizzato".
Tutto regolare, se così si può dire.

Poi Barbie lo aveva guardato.
Lo faceva sempre, era la loro convenzione: ogni trenta secondi uno sguardo.
Un filo invisibile teso attraverso il fumo e le teste dei clienti in piedi, attraverso le tende e le mani allungate per toccarla.
Uno sguardo di una frazione di secondo che nessuno poteva notare tranne loro.

Ma stavolta Barbie aveva "quello" sguardo.
Stavolta qualcosa non andava.
Così, mentre il bicchiere di Jack si rovesciava sul bancone, aveva attraversato la sala calpestando ogni cosa.
All'inizio solo piedi, poi sedie e tavoli per finire col pestare schiene e pance flaccide.
Non c'era voluto molto, solo un pugno alle costole fluttuanti ed uno schiaffo tirato bene su un orecchio.
Funziona sempre, si piegano in due come ricci e non esce una goccia di sangue.
Non più di trenta secondi prima aveva quasi dimenticato che certe merde non si accontentano di guardare.
Perché in fondo quelle non sono veramente donne, giusto?
Sono solo carne in esposizione.
E loro hanno pagato.

Camminava con passi lunghi e veloci verso l'uscita posteriore con un braccio intorno alla vita di Barbie.
A guardare bene la stava praticamente sollevando.
Poi la porta antincendio sul retro si era richiusa lasciando all'interno i fischi e le urla e fuori loro due, sul marciapiede bagnato.

Ora le luci della notte scorrevano veloci fuori dal finestrino.

"Tutto bene?"

"Si, è ok."

Si era tolta i sandali ed aveva posato i piedi nudi sul sedile in pelle della Mercedes.
Poteva vederla dallo specchietto retrovisore, raggomitolata con le braccia intorno alle ginocchia.
Banale a dirsi ma sembrava una bambina, anche se i giocattoli che aveva lasciato sul palco non erano esattamente bambole e pennarelli colorati.
Stava piangendo in silenzio, mentre l'asfaldo lucido di pioggia le si rifletteva negli occhi.
Piangeva di rabbia, di paura o di tristezza o forse di tutte e tre le cose, chi poteva dirlo?
Era fatta così, non era mai riuscito a capirla fino in fondo.

"Barbie, ascolta..."

"Perché è quello che so fare meglio, ecco perché."

Con voce stizzita, aveva anticipato la domanda di sempre con la risposta di sempre.

"E con un corpo come il mio nessuno si aspetta altro da me."

Non avevano più parlato quella sera.
Barbie si era addormentata sul sedile posteriore e lui aveva guidato tutta la notte, in silenzio, fino al mare.

E lì, finalmente, aveva potuto piangere.

postato da centauro 02:10 | plink | commenti (20)