giovedì, aprile 20, 2006
[Gino]
E' lì da quindici anni quella foto.
Fra un Fernet e una Sambuca c'è la faccia esultante di Giannini detto "er principe" con sopra la dedica "A Gino con simpatia" scritta col pennarello blu.
Due dita esitanti l'afferrano delicatamente per una angolo come una reliquia.
Sono dita rosa pallido, rovinate da decine di piccole fessure che si aprono intorno alle unghie.
Colpa dello stare sempre a mollo, sempre umide da mattina a sera.
Estate e inverno.
Gino fissa la foto per qualche secondo e ne soffia via la polvere prima di riporla nel taschino del gilet.
E' vecchio Gino, vecchio e stanco.
La sera la schiena gli fa un male cane e proprio non ce la fa più a stare dietro al bancone.
Colpa della postura sbagliata, di quella spina dorsale che sembra essersi ritirata e annodata come una gomena.
Il bar è vuoto e prima di andar via il "ragazzetto" ha abbassato la saracinesca per metà.
Stasera il bar lo ha voluto chiudere lui, come da quarant'anni a questa parte.
Soprattutto stasera.
Tiene gli occhi bassi Gino, mentre asciuga gli ultimi bicchieri e pulisce la macchina del caffé.
Chissà perché, nell'immaginario della gente questo è un mestiere di passaggio, roba da ragazzi in attesa di trovare altro.
E invece ci si può invecchiare.
Ristretto, corretto, macchiato caldo e freddo, al vetro, schiumato e in tazza grande.
"Prego dottore il suo caffé", mentre gli anni passano come mesi.
Si guarda intorno lentamente senza tradire emozioni.
E' tutto a posto per il giorno dopo, pulito come piace a lui.
Se si trascura il fatto che questo è il suo ultimo giorno e domani il bar aprirà senza di lui.
Afferra lo straccio umido per dare un'ultima passata al bancone, lì dove si fermano sempre i granelli di zucchero.
Poi si ferma di colpo, mentre una smorfia impercettibile gli scorre sul viso come un'onda che attraversa uno stagno.
Fissa per un istante la propria mano come se non gli appartenesse, come un arto fantasma.
Poi posa lo straccio, si toglie il grembiule.
E spegne le luci.

